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In dialogo con Filippo Satta – Quale Europa?

di - 30 gennaio 2017
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“Oltre l’orizzonte un declivio di tristezza”

(F. O’Hara Versi per i biscotti della fortuna).

 

“Aprile è il mese più crudele, genera/ lillà da terra morta, confonde/ memoria e desiderio, risveglia/ le radici sopite con la pioggia di primavera.”

(T. S. Eliot La terra desolata)

 

Quale Europa ?

E’ questa la domanda che, in sostanza, mi rivolge Filippo Satta.

Egli ha trovato nel mio ultimo lavoretto per Apertacontrada stimolo a riflessioni e sottolineature delle quali gli sono gratissimo.

A lui devo una risposta; quella che si deve ad un lettore così generoso, colto ed appassionato. Sappiamo tutti come Filippo Satta sia attento all’evoluzione dell’ordinamento amministrativo per effetto della nuova dimensione internazionale o globale dell’economia.

Nello stesso tempo come il diritto amministrativo sia divenuto per lui e per tanti altri, nell’epoca della privatizzazione del mondo, ragione e terreno di impegno civile, come è testimoniato dalla Rivista che ospita queste considerazioni.

Un impegno civile del quale è componente essenziale l’identità di giurista europeo dell’amministrativista. Ma direi ancor prima l’identità di cittadino europeo del giurista.

Ebbene come cittadini europei avvertiamo tutti l’angoscia che deriva da una costruzione sempre più evidentemente difettosa e bisognosa di ripensamento dalle fondamenta.

Il Presidente Mattarella, nell’intervento del 5 settembre 2015 a Cernobbio, ha esortato a vincere la paura ed a ritrovare il “senso della comunanza di interessi” quale base di una nuova “strategia continentale”.

La crisi ha un aspetto duplice : è crisi della governance economica ed è crisi migratoria.

Ma è illusorio – sono sempre considerazioni del Presidente Mattarella – “pensare che la fine dell’euro od un suo indebolimento, possa restituire agli Stati nazionali la sovranità perduta”.

Indietro non si torna.

Occorre piuttosto pensare criticamente il presente per costruire il futuro.

Da tempo – a molti esegeti del sistema – è chiaro il limite dell’odierna costruzione europea : esso si palesa  nell’inattualità dell’ideologia ordo-liberale che la sorregge. Tale architettura concettuale andava bene quando il nemico era l’Unione sovietica con la sua economia pianificata, non ora che siamo immersi nelle sfide dell’età caotica globale. Ora quelle fondamenta non bastano più.

L’allargamento dell’Ue a paesi che non hanno mostrato fino in fondo di condividere i valori europei ma solo le libertà di mercato; l’ondata migratoria; le politiche di austerità ;la crisi dei debiti sovrani; la deflazione in molti territori dell’ area euro, la debole crescita di questi ultimi anni sono  fattori scatenanti della crisi percepita dai cittadini europei.

Fattori che fanno preconizzare – come ha detto E. Balibar  – una crisi destituente. Ma in questa battuta si sente l’eco di un vecchio rivoluzionario forse in cerca di rivincita, dell’ amico di Althusser.

La crisi in effetti – difficile dar torto sul punto a Balibar – è entrata in una fase così acuta che appare irreversibile. I populismi crescono ( verrebbe da dire con il tasso di ragione inascoltata che li accompagna ).

Ma non è crisi ad esito scontato e, quindi , non è detto che sia solo destituente.

Può accadere infatti che l’Europa muoia o sopravviva.

La sua sopravvivenza tuttavia – si ha l’impressione – è legata solo alla costruzione di un ordinamento giuridico della speranza e della maggiore uguaglianza fra i cittadini europei, che devono percepire con chiarezza che nel gioco dell’Unione non ci sono né vinti né vincitori.

Dal 2007- 2008 in poi – nonostante le ragioni della crisi siano state da più parti analizzate e sia evidente l’origine degli squilibri nella finanziarizzazione deregolata dell’economia – non sono stati posti significativi limiti alla speculazione.

L’ondata dei primi crolli verificatisi sui mercati dei mutui sub prime si è trasformata in crisi dei debiti sovrani e, nei paesi più fragili, nuovamente in crisi bancaria in una danza mortale per i valori economici delle imprese manifatturiere e dei risparmiatori che vede avvicendarsi sulla scena sempre gli stessi protagonisti capaci ormai solo di comprare tempo per rimandare il momento del redde rationem.

A fronte poi della crisi migratoria si sta formando un Europa del rifiuto che rischia di erodere dal basso i valori solidaristici dell’Unione per dar luogo a processi disgregatori.

Il redde rationem è legato così all’avvento di una Europa che sia insieme Europa delle regole poste ai mercati finanziari, dell’umanizzazione e poi dell’abbandono delle politiche di austerità e dell’affermazione dei diritti sociali a mezzo di interventi pubblici di qualità. Su queste basi, senza deflettere dalle politiche di concorrenza e di mercato, si può sconfiggere la paura ed affrontare in modo equilibrato anche la sfida epocale dell’immigrazione.

Hic Rhodus hic saltus, ed è mestiere dei giuristi e degli economisti, anche in luoghi come Apertacontrada, indicare questo orizzonte. Mestiere di una nuova politica cercare di raggiungerlo se vuole evitare che il potere, dopo il secolo della politica assoluta, diventi, nel secolo attuale, il potere della tecnica assoluta.

Articolo collegato: Tradizione giuridica e deferenza europea: quali paradigmi per il diritto amministrativo italiano? di Giancarlo Montedoro

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