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Produttività o occupazione? Un falso dilemma?*

di - 12 dicembre 2016
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Tutto, o quasi, cominciò con David Ricardo, nel 1821.
Nella terza edizione del suo capolavoro – una delle sette meraviglie dell’economia politica – Ricardo inserì il capitolo “On Machinery”[1]. Faceva ammenda per aver aderito fino ad allora all’idea prevalente – la “teoria della compensazione”, di Adam Smith e seguaci – secondo cui i macchinari produttivi non ridurrebbero l’occupazione, limitandosi a riallocarla fra i settori. Invece, sostenne nel 1821 Ricardo, possono ridurla. I Ludditi disoccupati, che in quegli anni spaccavano le macchine tessili, non avevano solo torti… Produttività e occupazione sarebbero in conflitto[2].
E’ cosi?
Oggi, se si accettano le misure aggregate dello stock di capitale, non esenti da critiche teoriche[3], disponiamo di statistiche sia sul rapporto capitale/lavoro sia sul progresso tecnico. Entrambi sono potenzialmente capaci, in specie il progresso tecnico, di accrescere la produttività anche risparmiando forza-lavoro. Il progresso tecnico – maggior prodotto a parità di inputs – può arrivare a esprimere ben due terzi della crescita di lungo periodo del Pil nel capitalismo moderno. Ciò è avvenuto anche in Italia, nel 1898-1913, “l’età giolittiana”, e nel 1952-1973, il tempo del “miracolo economico”[4].
Un primo tentativo di verifica empirica, sulla base di medie decennali relative agli USA e alla Francia dalla fine dell’Ottocento ai primi anni 1990, non aveva apprezzato alcun nesso fra produttività del lavoro e occupazione. Anche alla luce di considerazioni teoriche gli autori avevano concluso che “la chiave per un’elevata occupazione non è data dal tasso di variazione della produttività, ma da una domanda globale del prodotto totale adeguata al pieno utilizzo della capacità produttiva”[5]. Più di recente su dati cross section relativi a 20 paesi industrializzati – presumibilmente più vicini alla frontiera dell’efficienza – per il 1970-2007 è stata invece stimata una correlazione negativa fra progresso tecnico e occupazione[6]. Nella media dei 20 paesi a un aumento annuo della produttività congiunta di lavoro e capitale (TFP) dell’1%  si è significativamente associato un calo dello 0,5% l’anno sia delle ore lavorate sia degli occupati. La varianza risulta però alta, con un R2 di 0,50. L’Italia si situava sulla retta di  regressione, con una produttività in crescita per l’appunto dell’1% l’anno e un monte ore però in aumento, anche se solo dello 0,2% l’anno. Gli Stati Uniti avevano più occupati della norma, il Giappone meno della norma.
Questi dati possono far temere, sulla scia di Ricardo, che fra occupazione e crescita vi sia contrasto. Rinunciare all’occupazione sarebbe esiziale, anche sotto il profilo politico-sociale[7]. Ma sarebbe non meno grave rinunciare al progresso tecnico, quindi alla crescita. Solo la crescita può lenire i tre malanni del capitalismo: l’instabilità, l’iniquità, l’inquinamento[8]. Se imprese e Stato desistessero dall’accettare e promuovere l’innovazione, la distruzione creatrice, il progresso tecnico la crescita si spegnerebbe. E’ impensabile tornare, come nella prima rivoluzione industriale, al solo motore dello sviluppo rappresentato dalla scala quantitativa dell’accumulazione di capitale e quindi dell’applicazione di lavoro, attraverso il risparmio e l’investimento. E’ enorme la mole degli ammortamenti attualmente necessari, di fronte a uno stock di capitale moltiplicatosi rispetto a due secoli fa. In Italia, ad esempio, lo stock netto di capitale era nel 2013 quasi ottanta volte quello del 1861[9].
Se davvero esiste, il problema di un legame inverso fra progresso tecnico e occupazione nel trend è attenuato da quattro ordini di considerazioni, riflesse nell’alta varianza del legame sul piano econometrico:

  • a) Molto dipende dalla composizione dell’apparato produttivo. Il parametro negativo che lega le due variabili è maggiore per le infrastrutture turistico-alberghiere e per la manifattura, minore per trasporti, edilizia, miniere, ma è soprattutto diverso fra le imprese dello stesso settore.
  • b) Il nesso causale va in entrambe le direzioni: la produttività può ridurre la domanda di lavoro, ma un’offerta di lavoro più abbondante e meno costosa può agevolare i profitti e disincentivare le imprese dalla ricerca di efficienza e innovazione.
  • c) Non sappiamo quanto è…lungo, ma il breve periodo può offuscare la relazione di Nel breve termine la relazione è prociclica. In recessione si attende prima di licenziare, con pregiudizio della produttività. All’inizio di una fase di espansione, prima di assumere, le imprese sfruttano al massimo i già occupati, innalzando la produttività. Ma la prociclicità non è simmetrica[10].
  • d) Le stime citate riguardano il quarantennio precedente la recessione mondiale del 2009. In diversi paesi, tra cui l’Italia, essa non è ancora del tutto superata. Dal 2007 a oggi, nell’ultimo decennio, la relazione può essere cambiata.

Vale concentrarsi su quest’ultimo interrogativo.
Sia in Europa sia negli USA la TFP è impallidita. Negli Usa la sua crescita è proseguita, tuttavia rallentando nel decennio recente rispetto al precedente dall’1% allo 0,4% l’anno. In Europa è andata anche peggio: la dinamica della TFP è scesa su ritmi quasi nulli in alcuni paesi (Austria, Germania, Spagna), addirittura negativi in altri (Italia, Francia, Olanda, Belgio, Portogallo)[11]. Ci si attenderebbe quindi che il tasso di disoccupazione sia più alto negli USA e più basso in Europa. E invece è vero il contrario: 10% nell’area dell’euro, 5% negli USA.
I salari sono stati moderati in entrambi i continenti. Li hanno compressi i salari cinesi e indiani. Pur aumentando, i salari asiatici sono rimasti relativamente bassi, frenati dalla vasta forza-lavoro tuttora sottoccupata in agricoltura: 30% in Cina, 50% in India.
Al di là delle rigidezze dei mercati del lavoro europei, è stato decisivo il diverso livello della domanda globale: più alta negli USA, più bassa in Europa.
La produttività accresce profitti e/o salari. L’aumento dei redditi favorisce la domanda per consumi e per investimenti. Ma, come Keynes ha chiarito, l’offerta può mancare di generare domanda sufficiente a dar lavoro a tutti coloro che al salario corrente lo cercano[12]. Un equilibrio di sottoccupazione può persistere a lungo.

* Lectio Magistralis
Pierluigi Ciocca
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI ROMA TRE
ANNUAL LECTURE ASTRIL
Roma, 9 novembre 2016

Note

1.  D. Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation, Third Edition, John Murray, London, 1821, Ch. XXXI. Gli autori delle altre…sei meraviglie sono, per i gusti di chi scrive, Smith, Marx, Walras, Schumpeter, Keynes, Sraffa.

2.  J. Hicks, A Theory of Economic History, Oxford University Press, Oxford, 1969, pp. 150-154 e Appendix, pp. 168-171.

3.  Cfr. G.C. Harcourt, Some Cambridge controversies in the theory of capital, Cambridge University Press, Cambridge, 1972. 

4.  P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri, Torino, 2007, Tab. I.4, p. 23.

5.  O. Blanchard-R.M. Solow-B.A. Wilson, Productivity and Unemployment, mimeo, MIT, 1995, p. 19.

6.  A. De Michelis-M. Estevão-B.A. Wilson, Productivity or Employment: Is It a Choice?, in IMF WP 13/97, Washington, May 2013.

7.  A. Sen, L’occupazione: le ragioni di una priorità per la politica economica, in P. Ciocca (a cura di), Disoccupazione di fine secolo. Studi e proposte per l’Europa, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.

8.  P. Ciocca L’economia di mercato capitalistica: un modo di produzione da salvare, in P. Ciocca-I. Musu (a cura di), Natura e capitalismo. Un conflitto da evitare, Luiss University Press, Roma, 2013.

9.  C. Giordano-F. Zollino, A Historical Reconstruction of Capital and Labour  in Italy, 1861-2013, in “Rivista di Storia Economica”, 2015, Tab. A3, pp. 211-213. Nello stesso arco di tempo il  rapporto capitale/lavoro è aumentato di tre volte e il prodotto (A. Baffigi, Il Pil per la storia d’Italia. Istruzioni per l’uso, Marsilio, Venezia, 2015, Tav. 5, p. 209) di trenta volte. 

10.  “Fino a quando l’economia cresce durevolmente le conseguenze delle ristrutturazioni tecnologiche e organizzative si avvertono poco. Quando la produzione cala ogni singolo produttore riduce l’occupazione. Quando la produzione riprende ma non ci si aspettano onde lunghe favorevoli, tutti i singoli produttori troveranno conveniente sfruttare i cambiamenti tecnici e organizzativi che hanno consentito di risparmiare lavoratori, per non assumerne di nuovi” (G. Lunghini, Politiche eretiche per la piena occupazione, in Ciocca, Disoccupazione di fine secolo, cit., pp. 269-270).

11.  OECD, Statistics. Multi-factor Productivity.

12.  J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, Macmillan, London, 1936.

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