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Conti di Narrow banking

di - 4 luglio 2016
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Premessa
Il recente episodio della prima applicazione del bail-in a quattro piccole banche del nostro paese ha generato, come era da attendersi, numerose severe critiche, sconfinate anche in scoppi di furore popolare, riguardanti due aspetti essenziali:

–        l’individuazione di un delicato punto di equilibrio tra le esigenze di un mercato dove la competizione possa esplicarsi senza interferenze dell’intervento pubblico, da un lato; e l’esigenza di evitare crisi di fiducia nel sistema bancario, dall’altro;
–        la necessità di scelte consapevoli da parte del pubblico che affida il proprio denaro alla banca, tra forme di investimento diverse.

Questi due aspetti riflettono i due versanti in cui la vigilanza bancaria si svolge: la tutela della stabilità del sistema; e il controllo che un corretto rapporto sia mantenuto tra la banca e la propria clientela (la c.d. conduct-of-business).
Quanto al primo aspetto, la normativa sul bail-in ha spostato quel punto di equilibrio, enfatizzando il ruolo degli istituti di credito come operatori di mercato, a scapito della loro natura di prestatori di servizi di pubblica utilità, portatori di passività di natura monetaria[1]. Quanto al secondo aspetto, il cliente della banca è stato – di conseguenza – accostato (sarebbe troppo dire “assimilato”) al creditore di un’impresa commerciale, correndo in parte il rischio della sua insolvenza, secondo una graduatoria di passività aggredibili in caso di insolvenza. L’onere della crisi si è spostato dalla mano pubblica al creditore stesso.
La normativa sul bail-in non è da vedere come uno sbocco ineluttabile della crisi finanziaria globale che ha avuto origine quasi dieci anni fa, tanto che per le banche di deposito degli Stati Uniti – per citare il paese più finanziariamente evoluto, ove la crisi ha avuto origine – il legislatore ha preferito non innovare la pre-esistente disciplina delle “risoluzioni”, facente capo alla FDIC. Il bail-in è una scelta deliberata a livello europeo, principalmente come conseguenza della interconnessione determinatasi tra crisi delle banche e crisi dei “sovrani”, al fine di spezzare il circolo vizioso (doom-loop) fra le due. Se questa normativa europea è destinata a permanere, occorre chiedersi come convivere con essa.

Riforme e loro probabile insufficienza
Il bail-in è parte di una serie di misure volte a affrontare la vita di una banca nella sua fase di crisi (la Bank Recovery and Resolution Directive dell’UE). In aggiunta, come noto, importanti riforme sono state adottate o proposte, non solo in Europa, dirette a rafforzarne la solidità e quindi a prevenirne la crisi. La caratteristica principale di tali riforme è stata quella di incidere su entrambi i lati del bilancio delle banche: sul lato attivo, regolando in maggior dettaglio e in sostanza riducendo le attività consentite; sul lato passivo, aumentando e diversificando gli strumenti che si qualificano o si equiparano ai mezzi propri (al fine di diminuire il rapporto tra attivo e capitale, il c.d. leverage). Ma l’attività bancaria è inerentemente rischiosa, e condotta essenzialmente a debito. Quindi, la eventualità che si determinino perdite che superino il capitale proprio, portando al fallimento della banca e colpendo creditori e depositanti, è costante e concreta, e nessuna normativa, o nessuna oculata e intrusiva vigilanza, possono eliminarla. La crisi attuale non deve far dimenticare che le crisi bancarie, proprio per il carattere intrinsecamente rischioso della attività bancaria (il suo elevato leverage), sono sempre esistite, come da sempre sono stati proposti – e talora attuati – rimedi per contenerle.
Se, come appena detto, le riforme mirano a contenere il rischio dell’attivo, e a rafforzare la qualità del passivo, le due soluzioni estreme consisterebbero nello svolgere solo attività totalmente sicure, oppure nell’operare soltanto con mezzi propri: in entrambi i casi, ciò significherebbe negare il concetto stesso di “banca”, essendo il credito per definizione insicuro, e venendo meno la natura principalmente debitoria, e monetaria, delle sue passività. Nonostante il paradosso che tali soluzioni estreme comportano, la gravità della crisi ancora in corso ha risuscitato idee di riforma che ad esse si avvicinano.

Le riforme “impossibili”
Forse, nella sua apparente completezza, quella che vale di più la pena di ricordare è la “limited purpose bank” di Laurence Kotlikoff, la quale, per quanto appena detto, neppure “banca” si può a stretto rigore definire: “le banche [sarebbero] esse stesse semplici intermediari finanziari, cui farebbero capo fondi comuni d’investimento [con diverso grado di rischio] che rappresentano mini-banche, ciascuna delle quali soggetta a un coefficiente di riserva del 100%”[2]. Ciascuno di questi fondi consentirebbe quindi ai detentori delle proprie quote (equity holders) di prendere posizioni più o meno rischiose. Ogni dollaro che ciascun fondo detiene corrisponde a un dollaro investito in esso, essendo precluso al fondo di indebitarsi. Tra la gamma di possibili fondi, spicca il “cash mutual fund” (il fondo che investe in contanti, assolvendo alla funzione “monetaria”): il suo azionista potrebbe trarre assegni sul fondo, trasferirne le giacenze, avere accesso ai POS, usare la carta elettronica per pagare acquisti anche on-line. Il cash mutual fund è l’equivalente del deposito in c/c[3] che, data l’attività in cui è investito (un conto alla banca centrale è la forma estrema), non renderebbe alcunché. Il rapporto di capitale di questo fondo ne copre l’intero ammontare; diversamente da una banca di deposito, non sarebbe necessario imporre a tale fondo forme di assicurazione simili alla assicurazione dei depositi bancari, dato il carattere privo di rischio della sua attività. La mancata corresponsione di interesse, e l’assenza di oneri assicurativi, ne allevierebbero i costi di gestione sopportati dalla “banca”, la cui attività riguardante siffatto fondo risponderebbe a un criterio di pura “pubblica utilità”. La limited purpose bank risponde infatti a una delle funzioni essenziali del sistema bancario: quella di operare al centro del sistema dei pagamenti. Il depositante/investitore è cosi’ trasformato in un detentore di quote di fondi comuni: cioè di “equity”, non di un credito o di un deposito.
L’idea della quale quella di Kotlikoff sembra una naturale, estrema evoluzione, è quella della “narrow bank[4]. Elaborata ottant’anni fa da Irving Fisher[5], e poi ripresa da Milton Friedman[6] e altri (la “Chicago School”), l’idea della narrow bank nacque in realtà da considerazioni di politica monetaria: una “banca” che raccoglie depositi trasferibili (checkable), ma investe solo in attività “sicure”, per tali intendendosi titoli di Stato a brevissimo termine, o depositi presso la banca centrale. La quantità di moneta del sistema (M1= circolazione+depositi) non potrebbe espandersi attraverso l’attività di credito bancario, per definizione preclusa alla narrow bank. Il moltiplicatore della moneta – come in Kotlikoff – sarebbe pari a 1. Impedire alle banche di creare o distruggere credito e moneta eliminerebbe, secondo i proponenti, la più grande fonte di instabilità dell’economia; inoltre, essendo le banche cosi’ intese completamente “sicure”, cadrebbe il pericolo di fughe dai depositi; infine, vi è una componente “sociale”, poiché il deposito assolutamente tutelato gioverebbe alle classi sociali più esposte al rischio bancario, in quanto meno abbienti e meno finanziariamente sofisticate. L’idea della narrow bank ha avuto sostenitori anche nel campo Keynesiano: si vedano Tobin (che ne rileva appunto l’aspetto sociale)[7] e Minsky[8]. Occorre aggiungere che, nella forma piu’ libertaria, radicale (Friedman), ogni attività creditizia al di fuori della narrow bank “andrebbe completamente esentata da quel genere di dettagliato controllo al quale le banche sono ora soggette”; mentre Tobin ritiene che la narrow bank debba coesistere con istituti di commercial banking e di investment banking, in una sorta di struttura tripartita del sistema bancario.

Note

1.  Vds. sul punto, recentemente: Visco I.: Keynote speech, Workshop on Stability of the Banking System, European University Institute, maggio 2016.

2.  Kotlikoff L.: Jimmy Stewart Is Dead. Ending the World’s Ongoing Financial Plague with Limited Purpose Banking, John Wiley & Sons, 2010, cap 5, p 151.

3.  p 131.

4.  È difficile rendere in italiano l’espressione narrow bank. La traduzione letterale – “banca ristretta” – è inadeguata.

5.  Fisher I.: 100% Money, Adelphi, 1935.

6.  Friedman M.: A Program for Monetary Stability, in Kendall (ed): Readings in Financial Institutions, Houghton & Mifflin, 1965.

7.  “Le persone che danno priorità agli aspetti di sicurezza, con sacrificio dell’interesse, per lo più appartenenti alle classi indigenti e meno sofisticate [finanziariamente], sarebbero tutelate. Coloro che desiderano sicurezza e liquidità su somme più grandi sarebbero soddisfatti” (Tobin J.: The Case for Preserving Regulatory Distinctions, in Federal Reserve Bank of Kansas City: Restructuring the Financial System, 1987, p 173).

8.  Minsky H.: Financial Instability and the Decline (?) of Banking: Future Policy Implications, w.p. 127, The Jerome Levy Research Institute of Bard College, Oct 1994. Vale la pena riportarne un passo”: “possiamo ora avere un sistema bancario nel quale le banche detengono riserve portatrici di interesse presso la banca centrale pari al 100% dei loro depositi in c/c, e la banca centrale detiene titoli di stato in contropartita delle proprie passività (circolazione e riserve della banche stesse)” (pp 18-20).

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