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Regolazione e programmazione a vent’anni dalle liberalizzazioni dei settori dell’energia

di - 26 gennaio 2016
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Il punto di partenza.
Più o meno vent’anni fa, durante la fase di privatizzazioni e liberalizzazioni, non solo in Italia e non solo nei settori dell’energia, i rispettivi ruoli di mercato e regola – quest’ultima nella duplice veste di atto governativo/parlamentare e provvedimento di autorità amministrativa indipendente – apparivano sostanzialmente chiari.
Libera concorrenza – nel senso di piena libertà di decisione riguardo a dove, quando e cosa produrre (consumare) – quale paradigma adottato in default, a meno della presenza dei cosiddetti fallimenti di mercato. Questa evenienza, a sua volta, come unica giustificazione dell’azione del regolatore.
Quindi, ad esempio, nel caso di costruzione o gestione di una rete di trasporto o distribuzione, essendoci il rischio che le condizioni di monopolio naturale falsino il contesto competitivo di mercato, spazio al regolatore e alla possibilità di determinare tariffe e condizioni di uso della rete medesima, nonché imposizione di una serie di vincoli alle decisioni del monopolista naturale, gestore della infrastruttura, quali l’obbligo di dare accesso e non operare discriminazioni fra i vari richiedenti.
Questo approccio ha confermato anche un ruolo dell’esecutivo, da considerarsi tuttavia di limitata entità, in quanto volto, sostanzialmente, a definire la programmazione delle infrastrutture essenziali e a garantire la sicurezza del sistema (per l’energia, degli approvvigionamenti e della disponibilità di sufficiente capacità produttiva, o poco più).
Nelle sue linee generali, questo è stato il disegno. Non solo in Italia e non solo nei settori dell’energia, giova ripeterlo.
Prendendo come riferimento i decreti di liberalizzazione adottati nel nostro sistema nel 1999 e nel 2000, rispettivamente per energia elettrica e gas, nonché le loro successive modifiche e integrazioni, la presenza di compiti affidati, ad esempio, talvolta all’autorità di regolazione d’intesa con il ministero dello sviluppo economico (o di altri dicasteri), talvolta condivisi, può essere letta più come il frutto di una sorta di mediazione politico istituzionale, volta a non attribuire troppo potere al regolatore, che come il risultato di uno schema teorico meditato.

L’attuale situazione.
I risultati delle liberalizzazioni sono oggetto di riflessione ormai da tempo nei vari contesti nazionali e internazionali. Ovviamente, tale valutazione è assai complessa e va ben oltre l’ambito di questo breve lavoro. A riguardo, tuttavia, appare opportuno rammentare che gli schemi adottati in Italia vengono considerati in linea con le migliori esperienze internazionali e, con riferimento all’Unione europea, ben al di sopra della media.
Al di là di ciò, da qualche tempo, si è avviata una discussione – in qualche modo parallela e assai interessante – sempre in ordine ai cambiamenti da apportare ai modelli vigenti, ma fondando le nuove opzioni sull’adeguamento degli schemi in uso al cambiamento tecnologico in atto – dunque, non alle performance di quanto implementato finora. Essendo tale cambiamento in corso più nel settore dell’energia elettrica che in quello del gas, le analisi e le discussioni si concentrano sul primo settore.
Infatti, la progressiva diffusione degli impianti di produzione da fonti rinnovabili, unita alla installazione di dispositivi, rispetto a quelli in uso, molto più sofisticati dal punto di vista tecnologico e dei sistemi di telecomunicazione (si pensi ai misuratori, ma anche alle tecnologie di efficienza energetica e di accumulo) – interventi che vengono spesso riassunti sotto l’etichetta smart, tipo smart-grid o smart-technologies – rendono lo scenario attuale e prospettico sempre più distante da quello sulla cui base sono state disegnate e avviate le liberalizzazioni.
In particolare, il sistema elettrico, nella sua versione tradizionale, prevedeva flussi unidirezionali che, partendo da relativamente poche centrali di produzione, portavano l’energia attraverso le reti, prima di trasmissione e poi di distribuzione – ai numerosi punti di consumo.
La configurazione verso cui ci stiamo dirigendo, invece, prevede frequenti casi di autoconsumo, cioè di consumatori che si producono l’energia, con flussi che non sono più unidirezionali. Infatti, essendo buona parte dei nuovi impianti di produzione da fonte rinnovabile localizzati presso le reti di distribuzione locale, accade sempre più di frequente che l’energia prodotta o auto-prodotta presso queste reti sia superiore a quella consumata e auto-consumata nello stesso periodo temporale e che, dunque, la rete di distribuzione ceda a monte energia alla rete di trasmissione.

Alcune conseguenze su mercato e regole.
Fra le varie conseguenze sulla regolazione in senso generale – citandone una fra tutte, la trasformazione da mercato dell’energia a mercato della capacità – ve ne sono almeno due che investono con particolare intensità il quesito inerente il se e il come cambiare la linea di demarcazione fra mercato e regole.
La prima concerne la cosiddetta funzione di dispacciamento. Detta in altri termini, la gestione del sistema elettrico a stock di capitale dato, cioè senza tener conto dei possibili investimenti. L’approccio tradizionale prevede una esclusiva dei gestori delle reti, siano queste di trasmissione (nazionale) o di distribuzione (locale). Questa funzione è volta a garantire un ordinato flusso di energia nella rete, al fine di mantenere in equilibrio la rete stessa, evitare buchi di tensione, cattiva qualità del servizio, se non addirittura blackout, ed è giustificata dalla maggiore efficienza garantita dal gestore rispetto a potenziali soluzioni alternative (a causa, appunto, della presenza dei flussi unidirezionali e della configurazione a cui sopra si è fatto cenno).
La presenza di sistemi sempre più sofisticati di autoconsumo mette in discussione l’esclusiva del gestore della rete nel ruolo di dispacciatore e la sua stessa posizione di vantaggio in termini di garanzia di maggiore efficienza per il sistema nel suo complesso. Si potrebbe, infatti, ipotizzare uno schema regolatorio in cui convivono funzioni diciamo così private di auto-dispacciamento in alcune parti del sistema con la funzione di natura pubblica, garantita dalla rete, per tutti gli altri produttori e consumatori.
Da osservare che una tale opzione, se adottata, non scalfirebbe solo l’esclusiva finora riconosciuta al gestore della infrastruttura nella sua funzione di dispacciamento, ma rappresenterebbe anche una interessante modifica della linea di confine fra regole e mercato, con un arretramento delle prime rispetto al secondo nel sistema di gestione delle reti.

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