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Xenofobia e nazional-populismo

di - 3 dicembre 2015
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Il 17 novembre, presso la sede della rivista ApertaContrada, si è svolto un incontro informale con liberi interventi di giuristi, economisti ed esperti di politica estera sul tema della xenofobia e del nazionalpopulismo. Esso è stato introdotto da una relazione dell’Amb. Ferdinando Salleo, che abbiamo il piacere di pubblicare.

Alla relazione dell’Amb. Salleo è seguito un dibattito tra i partecipanti. ApertaContrada è lieta di pubblicare il contributo di tutti coloro che hanno voluto inviarlo.

La xenofobia è antica quanto le prime aggregazioni sociali quando gli uomini primitivi, dopo la famiglia, già cercavano l’identità nella comunità di appartenenza, nelle tradizioni collettive identitarie, e rifutavano o combattevano e conquistavano “l’altro da sé”. I greci chiamarono “barbari” gli stranieri: il vocabolo è rimasto con noi. Per David Gress, storico danese-americano del concetto di Occidente[1], la linea tra “noi” e “loro” passava in antico per l’Ellesponto, oggi…sarebbe l’Adriatico.
Dopo l’atroce, barbaro attacco di ISIS a Parigi, l’atmosfera avvelenata diffusa nelle nostre società favorisce movimenti a più ampio raggio, certo acutamente xenofobi, ma ben più dannosi che si sono trasformati via via in nazional-populisti, un concetto rilanciato e analizzato da Pierre-André Taguieff[2]. La crisi dei migranti, vera transumanza verso l’Europa dalle aree di guerra civile e d’oppressione ha dato nuovo vigore al nazional-populismo che ammanta della difesa dei valori europei e cristiani.
Già movimenti e partiti del genere erano diffusi e forti in Europa da tempo, nati dal localismo a destra o a sinistra dello spettro politico e di ispirazione quindi spesso opposta, che formano un insieme eterogeneo ormai dilagante: da Le Pen a Farage, dal Vlaams Belang ai Free Finns, in Germania dai Republikaner ad Alternative für Deutschland, in Austria dal Partito della libertà, nell’Ungheria di Orbàn da Jobbik, ora in Polonia dai nuovi governanti. I nazional-populisti sono presenti negli Stati Uniti nella becera destra oltranzista dei Tea Party che condiziona e ricatta il GOP, ma anche nelle dichiarazioni dei candidati repubblicani anti-immigrazione o fautori dell’espulsione dei latinos; si manifestano pure nell’anticapitalismo primitivo della sinistra di “Occupy Wall Street”. Da ambo le parti politiche si corteggia l’elettorato nazional-populista in vista delle primarie per la candidatura alle presidenziali.
In Italia, tonanti proclami nazional-populisti si registrano, anche al di là della folkloristica Lega di un tempo – quella del “dio Po” e dei “duecento fucili pronti nelle valli”, ma ricordiamo ancora che Bossi si recava a Belgrado per consultarsi con Milosevic, condannato poi all’Aja per crimini etnici – e sono ben più forti oggi con una Lega rilanciata da Salvini con le sue ruspe contro i nomadi, trasformata in un più organico partito nazional-populista anti-euro. Fermenti del genere sono presenti anche nella confusione politico-ideologica dei 5 Stelle.
Se i più eruditi ispiratori di quei movimenti cercano di richiamarsi ai padri nobili del pensiero nazionale, persino a Nietszche, o ai suprematisti della “nuova destra”, i militanti si raggruppano attorno a richiami propulsivi “di pancia” ispirati da un’ambiguità concettuale che guarda al popolo come a un mito, a una massa sociale intuita più che definita, ma depositaria esclusiva di valori specifici e permanenti.
Il nazional-populismo è, di norma, il contenitore di ogni genere di umanità smarrita. La crisi economica non è estranea. La componente sociale dei movimenti contiene un’accusa forte ai governi, al “sistema” che non sa porre riparo alle diseguaglianze economiche. Si ritrovano in questi movimenti ceti sociali emarginati dalla trasformazione in atto, giovani che non trovano lavoro o sfiduciati che non lo cercano, disoccupati senza prospettive, abitanti delle periferie contigue agli insediamenti di nomadi e di migranti senza ordine, ma anche movimentisti di ogni colore e contestatari contro tutto e tutti, per ogni causa, o anche senza.
Al livello dell’azione politica, sono movimenti che unisce una generica sindrome di opposizione alla modernizzazione che la nostra società occidentale attraversa in un movimento che, con tutte le doverose critiche per certi eccessi, se non è lineare, certo sembra unidirezionale. Sono soggetti anti-sistema, influenzati da fattori emotivi esaltati da semplificazioni (simplify, then exagerate) ideologiche o sociali, dettate principalmente da astio umorale, persone che cercano altrove una giustificazione non sentendosi per lo più rappresentate dai partiti esistenti. Fautori sovente della teoria del complotto, nell’opposizione all’accoglimento dei migranti, anche dei rifugiati politici, ne propugnano l’espulsione argomentandola con l’infiltrazione di terroristi tra i rifugiati e trascurando che molti terroristi sono nati in Europa o ne hanno la cittadinanza. Sostengono con differente intensità il rigetto della globalizzazione e del multiculturalismo, propugnano l’antieuropeismo, seguono il culto della violenza e quello sciovinista della nazione. A seconda dell’origine delle aggregazioni troviamo in loro in diversa declinazione razzismo (anche se la componente terzomondista vede il terrorismo come conseguenza del colonialismo europeo) e componenti antisemite, anti-elitarismo ed eguaglianza sociale, pulsioni contraddittorie di antistatalismo e anticapitalismo. Tutto in una visione autoritaria.
Soprattutto dopo l’attacco dell’ISIS a Parigi, il loro peso è aumentato in tutti i Paesi, non solo numericamente, con notevole rischio politico. Alla vigilia delle consultazioni elettorali, infatti, la tentazione di “pescare” nel loro elettorato può influenzare i partiti tradizionali e portarli a concessioni ai movimenti nazional-populisti con misure che rischierebbero, tra l’altro, di indebolire la necessaria e urgente risposta all’aggressione terrorista che non può che essere unitaria – europea anzitutto, ma anche con americani e russi – nelle aree dove l’estremismo alligna e richiede di rafforzare da noi la guardia al massimo alzando l’asticella della sicurezza potenziando le risorse e mettendole a fattor comune almeno tra europei, ma certo non deve condurci a militarizzare le nostre società o creare leggi e tribunali speciali. Il “califfato” non può certo conquistare l’Europa, ma così finirebbe per aver ragione della nostra società libera e democratica.

Documenti correlati:
Fulvio Costantino, L’incontro di ApertaContrada su xenofobia e nazionalpopulismo
Lugi Cavalchini, Xenofobia e nazional-populismo
Alessandro Pajno, Intervento su xenofobia e nazional-populismo

Note

1.  From Plato to NATO

2.  Le Nouveau National-Populisme


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