Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

 

Molti buoni motivi in favore di un global green new deal

di - 7 maggio 2014
      Stampa Stampa      Segnala Segnala

Il green va di moda: molto nei discorsi, pochissimo nei fatti. L’operazione di marketing mediatico della green economy è riuscita così bene da averne svuotato il contenuto e relegato gli economisti ambientali nell’angolo di chi è contro progresso e crescita. Per questo le loro ricette sono del tutto inapplicate. Eppure rischi e danni economici del cambiamento climatico sono globalmente crescenti e non circoscritti ai paesi meno sviluppati tant’è che con l’innalzamento del livello dei mari per esempio, non solo Calcutta rischia di essere sommersa ma anche New York e Londra, per non parlare degli atolli e isolette oceaniche già in difficoltà. Inoltre, da quando è iniziata la crisi economica, l’attenzione verso i problemi ambientali è addirittura diminuita e perfino nell’approccio si registra un arretramento culturale verso posizioni a-scientifiche del tipo si “crede o non-si crede” al cambiamento climatico e alle responsabilità dell’uomo . Le questioni ambientali vengono così banalizzate nella contrapposizione tra il partito che crede e quello che non crede e la scienza, dopo più di 200 anni di affermazioni dal secolo dei lumi, si trova marginalizzata e costretta a una difesa anacronistica. La dittatura del PIL fa poi sì che i policy makers di tutti i paesi, salvo rarissime eccezioni, assumano un atteggiamento di sufficienza rispetto ai problemi ambientali perché, di fronte ai seri problemi della crisi economica essi sarebbero del tutto secondari e come tali in grado di aspettare. Questa loro posizione, sostanzialmente condivisa da un’opinione pubblica superficiale e male informata, è intrinsecamente errata perché porre mano ai problemi ambientali potrebbe fare aumentare PIL e occupazione, come sostengono alcuni noti economisti in favore di un green economic model e avanzano ricette che potrebbero alleviare contemporaneamente la crisi economica e quella climatica. Ma, come dicevo all’inizio, sono ghettizzati e la loro voce non riesce a farsi largo nel chiasso dei mercati finanziari. E infatti anche l’ultima conferenza delle NU sui cambiamenti climatici (la COP 19), svoltasi a Varsavia dall’11 al 22 novembre scorso, e alla quale hanno partecipato delegati di 190 paesi, è stata un fallimento nonostante che eventi metereologici estremi si fossero verificati pochi giorni prima del suo inizio a ricordare la concretezza delle questioni[1]. Il tifone Haiyan aveva prodotto pochi giorni prima (3-11 novembre) almeno 6201 morti, 1785 dispersi e 10000 vittime nelle Filippine soltanto[2]. Dagli anni ’80 gli scienziati del clima avvertono che con l’innalzamento della temperatura della terra e degli oceani, a seguito della crescente concentrazione di gas ad effetto serra originati per l’80% dall’attività umana[3] di combustione dei fossili, gli eventi estremi, proprio come il tifone Haiyan, crescono di numero e di intensità e con essi i danni economici conseguenti. Ma i delegati alla discussione sui cambiamenti climatici, decisamente rappresentativi dei loro governi, hanno liquidato con qualche retorico commento il tifone Haiyan, i suoi danni e le sue vittime.
Dunque in questo contesto di ignoranza, pregiudizi e azioni di lobby senza scrupoli, il Green New Deal quale strumento per la transizione dall’attuale brown model ad un green model deve fare ancora molta strada per essere almeno conosciuto, figuriamoci messo in pratica, nonostante i suoi contenuti siano stati chiaramente delineati già nel 2009. Nel 2008 infatti la comunità dei G20 sembrava disposta a contrastare gli shocks nei prezzi di food & fuel dell’anno precedente, oltre che l’emergente crisi finanziaria, con “stimoli fiscali” ad hoc. Ammesso che la crisi fosse facilmente superabile, come allora molti pensavano, c’era da chiedersi se la ripresa dell’economia sarebbe potuta essere duratura e sostenibile. L’United Nations Environment Programme (UNEP) decide di affrontare la questione e promuove uno studio per verificare quanto un modello di green economy potesse essere capace di indurre la ripresa e renderla sostenibile. Lo studio, affidato a Barbier, ben si prestava ad essere visto, quanto a finalità e strumenti, come una riedizione del New Deal di Roosevelt in chiave Green per rispondere ai problemi delle economie mondiali, tutte eccessivamente dipendenti dal carbonio ed esposte alla crescente scarsità delle risorse naturali. Lo studio messo a disposizione dell’UNEP nel 2009 e poi pubblicato l’anno successivo, porta l’eloquente titolo: A Global Green New Deal che richiama l’attenzione sulla necessità che gli stimoli pubblici per la ripresa siano di tipo verde e globale. Segue un altrettanto eloquente sottotitolo: Rethinking Economic Recovery per confermare, se mai ce ne fosse bisogno, che gli stimoli, di ispirazione roosveltiana, devonooggi riflettere le condizioni economiche presenti, alquanto mutate rispetto alla grande crisi del secolo scorso. Al centro di questo mutamento vi sono le condizioni ambientali lato sensu. L’analogia con gli anni ’30 può  aiutare a capire il tipo e la gravità della crisi attuale ma può spingersi poco oltre la constatazione che ora come allora l’origine finanziaria ha investito e trascinato l’economia reale. Le condizioni dell’economia reale sono molto diverse nella sostanza. Oggi gli stimoli per la ripresa non possono essere semplicemente capaci di fare “uscire dalla crisi”, come si usa comunemente dire, per poi tornare, una volta usciti, al modello di crescita pre-crisi. Tale modello di crescita, scaturito dalla rivoluzione industriale e che ha avuto l’indubbio merito di far accrescere enormemente PIL e popolazioni globali, oggi e globalmente, non è più sostenibile. Dunque il green new deal non è solo un ricettario pensato per uscire dalla crisi ma è un mezzo per iniziare concretamente la transizione da un modello di crescita ormai insostenibile ad uno sostenibile, mentre si procede a risanare l’economia . In altre parole, esso promette di risolvere/ alleviare contemporaneamente la crisi economica e la crisi climatica.
Nella filosofia del New Deal di Roosevelt possiamo individuare due linee di interventi per contrastare le maggiori cause all’origine della depressione. Da un lato occorreva regolamentare meglio il settore delle banche e della finanza e dall’altro intraprendere investimenti in infrastrutture per accrescere la produttività del sistema e la domanda globale. L’Emergency Banking Act, il Federal Deposit Insurance Corporation, la sospensione del Gold Standard, sono alcuni degli interventi del primo tipo mentre la costruzione della diga di Hoover, i programmi di elettrificazione della Tennessee Valley Authority, il National Industrial Recovery Act, il Social security Act sono interventi del secondo tipo.

Note

1.  Incidentalmente anche la chiusura avvenne sotto il segno di un disastro naturale, sebbene di dimensioni ben più contenute. Il Ciclone Cleopatra che  colpì soprattutto la Sardegna provocando almeno 16 morti e 2700 sfollati . L’unico  risultato positivo, peraltro non banale e che richiamiamo più avanti, della Conferenza di Varsavia riguarda l’accordo sul considerare le foreste parte  integrante della strategia di lotta al surriscaldamento globale.

2.  National Disaster Risk Reduction and Management Council del Governo delle Filippine.

3.  FAQs, IPCC, Fourth Assessment Report, 2007

Pagine: 1 2 3


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Foro Traiano 1/A – 00187 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy