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L’euro: quale futuro

di - 4 aprile 2014
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L’attuale dibattito sull’euro tende a concentrarsi, e non solo in Italia, sul rapporto fra moneta unica europea e crisi economica, spesso sbrigativamente collegando la seconda alla prima… post hoc, ergo propter hoc! Non si vogliono con ciò negare i nessi fra i due fenomeni, ma piuttosto richiamare l’esigenza di una analisi completa di eventi complessi, che interessano la storia e il futuro del nostro paese e dell’Europa.
La rinuncia da parte di un gruppo di paesi europei alle rispettive monete nazionali e la condivisione dell’euro e di una politica monetaria unica non sono state decisioni estemporanee e inconsapevoli del loro significato e delle loro implicazioni. L’euro è stato punto di arrivo di un lungo percorso di integrazione in Europa e non si affermerà, non sopravviverà, se non sarà stato anche vissuto come punto di partenza per ulteriori progressi di unione sociale, economica, politica.

Un po’ di storia
“Cosa offriamo ai giovani delusi dalle guerre, dai regimi crollati miseramente? Quale idea migliore se non il superamento degli interessi nazionali nella fraternità dei popoli europei uniti in una sola Patria?” [1].
“Tutte le condizioni… per il maturare di una terza guerra mondiale continuerebbero a sussistere anche dopo aver frustrato il tentativo nazista di instaurare un impero razzista tedesco un Europa, se si stabilisse un ordine di cose tale che ogni stato conservasse la sua sovranità assoluta”[2].
Colpisce l’identità di visione di due personaggi che avevano matrici culturali e politiche diverse: cattolica il primo, socialista il secondo. Certo, sono parole che risentono dell’esperienza viva delle guerre. Oggi l’ipotesi di un conflitto armato fra i paesi dell’Europa occidentale è impensabile. Ma altre guerre si combattono che in vario modo coinvolgono i nostri paesi. Altri conflitti, politici, economici, culturali agitano il mondo e rendono attuale la visione di un continente coeso, protagonista della storia.
Anche i due paesi al centro delle guerre della prima metà del 900 espressero grandi statisti convinti che il futuro dell’Europa fosse da ricercarsi nell’unione: pensiamo ad Adenauer, Schumann e Monnet. Fu quest’ultimo che elaborò un metodo di integrazione, che sarà chiamato funzionalismo, che prevedeva una crescita graduale del progetto di unione europea, funzione dopo funzione. Ed è proprio lo sviluppo di questo metodo che ha portato, nel gennaio 1999, alla nascita dell’euro.
Il Trattato che, nel 1957, istituì la Comunità economica europea dedicò scarsa attenzione ai problemi monetari e di cambio. Non per loro sottovalutazione, ma perché i paesi firmatari erano inseriti nel Sistema monetario internazionale nato a Bretton Woods, che prevedeva cambi fissi e regole simmetriche di disciplina. Crollato quel Sistema nel 1971, per la crescente insofferenza degli Stati Uniti, potenza dominante che si era fatta carico dell’onere della ricostruzione post-bellica, ad accettare una disciplina che limitava la sua libertà di azione, il mondo si trovò ad affrontare anni di turbolenze, alimentate inoltre dalla crisi energetica iniziata nel 1973-74.
Fu in quel contesto che i paesi della Comunità europea si resero conto che, per preservare i risultati raggiunti e per progredire nel loro disegno di integrazione, avrebbero dovuto proteggersi dalle potenziali ricadute negative di una incontrollata e incontrollabile variabilità del cambio del dollaro. Se si doveva convivere con un ”dollar standard” occorreva racchiudere le monete dei paesi della Comunità in un sistema regionale di cambio, stabile al suo interno, fluttuante verso l’esterno. Il Sistema monetario europeo (SME), nato nel 1979, contribuì ad accrescere il grado di disciplina e di omogeneità delle economie dei paesi partecipanti, fino alla crisi del 1992-93 che nuovamente pose in evidenza l’intrinseca debolezza dei sistemi a cambio fisso, per l’incompatibilità fra libertà di scambi con l’estero di merci, servizi, capitali, fissità del cambio, autonomia nazionale della politica monetaria.
L’Unione europea che, nel 1992, si era data, con il Trattato di Maastricht, l’obiettivo di una Unione economica e monetaria (UEM), della quale la moneta unica costituiva la novità più rilevante, fu posta dalla crisi dello SME davanti ad un bivio: archiviare Maastricht, con imprevedibili conseguenze sui complessivi rapporti infra-europei, oppure accelerarne l’attuazione. Come era accaduto altre volte nella storia dell’integrazione europea, la crisi fu levatrice di rinnovato impegno e di ambiziosi progetti.

L’area dell’euro
Con l’introduzione dell’euro, l’Europa ha compiuto un atto unico nella storia delle relazioni internazionali. Un gruppo di paesi ha rinunciato alla propria sovranità monetaria e l’ha conferita ad una istituzione sovranazionale, la Banca centrale europea, dandosi una configurazione, per quanto attiene la moneta, da stato federale. Non vi è stata però un’analoga devoluzione di tipo federale degli altri strumenti della politica economica, in primis quella fiscale e di bilancio. I parametri di Maastricht sono stati il tentativo di vincolare i paesi dell’euro con regole fiscali che prevenissero il rischio che l’indisciplina di un paese fosse sopportata dai contribuenti degli altri. Quei parametri furono pensati come una protezione, una rete di sicurezza eretta fra paesi che, a torto o a ragione, erano sospettosi l’uno degli altri. Guido Carli, che pur li criticò, per la rigidità implicita in un rapporto numerico fisso, come “abominevoli dal punto di vista della teoria e della logica”, li accettò, nella sua veste di Ministro del Tesoro che partecipò alle trattative, ritenendo che “per il nostro paese la presenza di un vincolo giuridico internazionale avesse una funzione positiva agli effetti del ripristino di una sana finanza pubblica”[3].
La creazione dell’area dell’euro fu ampiamente criticata, soprattutto nel mondo anglosassone, e ritenuta incapace di sopravvivenza, in quanto i paesi che la componevano non presentavano le caratteristiche di una “area valutaria ottimale”, per la mancanza di flessibilità dei salari e di mobilità del lavoro. Critica non priva di fondamento, ma parziale, non prendendo in considerazione il vasto “acquis communautaire” e non inserendo il passaggio all’euro nella prospettiva del progetto di crescente integrazione, economica e politica.

Note

1.  Così Alcide De Gasperi nell’immediato dopoguerra. Riportato da Maria Romana Catti De Gasperi, De Gasperi, uomo solo, Mondadori, 1964.

2.  Parole di Altiero Spinelli, scritte nel 1943 nel suo Manifesto di Ventotene. In Luciano Angelino, Le forme dell’Europa. Spinelli o della federazione, il melangolo, 2003.

3.  Guido Carli, in collaborazione con Paolo Peluffo, Cinquant’anni di vita italiana, editori Laterza, 1993, pag.406.

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