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Il caso ILVA tra crisi economica ed emergenza ambientale

di - 29 agosto 2013
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Premessa
 In primo luogo, vorrei fare alcune considerazioni di carattere generale sul concetto di crisi e le sue caratteristiche, per fornire uno sfondo su cui collocare la vicenda dell’ILVA.
Vi darò anche alcuni suggerimenti bibliografici in proposito, anche se la bibliografia sul tema, di carattere sia economico che giuridico, è assolutamente sterminata.
Al momento, iniziano ad essere più chiare le ragioni della crisi, sebbene sia ancora difficile individuare i soggetti in grado di risolverla. La seconda parte della relazione la dedicherò, invece, all’analisi del caso ILVA, come caso paradigmatico dell’intreccio tra crisi economica e crisi ambientale.
Entrano in gioco nel caso ILVA tutta una serie di questioni delicate, che si direbbero di bilanciamento di valori costituzionali, e proverò a verificare lo stato dell’arte alla luce del bilanciamento operato dal primo decreto legge salva ILVA e dalle successive risposte della magistratura.
Il conflitto, in materia ambientale sempre più frequente, tra politica e giustizia, tra potere esecutivo e legislativo e la magistratura ( l’ordine o il potere giudiziario ) è un conflitto molto radicato e non nuovo.
Il ruolo del giudice penale in materia ambientale porta spesso a “sganciarsi” dal dato positivo, per assurgere a un ruolo di tutela di alcuni “valori” che ha una radice culturale che definirei di tipo “giusnaturalistico”; questo è avvenuto sin dalle origini della creazione del diritto ambientale, e si è verificato anche nel caso ILVA.
In ultimo cercherò di parlarvi delle prospettive di fuoriuscita dalla crisi, perché se parlassi solo del caso ILVA lo sconforto regnerebbe sovrano, mentre se guardiamo a cosa succede anche al di fuori dei nostri confini possiamo trovare alcune risposte in materia di crisi ambientale.

Crisi finanziarie e crisi economiche e loro rapporti con le crisi ambientali
 Per comprendere il rapporto fra crisi finanziaria ed economica e la radice comune che le lega nonché la possibilità della cultura umana di individuare vie d’uscita dalla crisi occorre partire da una constatazione sul cambiamento di paradigma all’interno del sapere filosofico.
Una delle discussioni più interessanti che i filosofi stanno affrontando è quella tra i seguaci di indirizzi ermeneutici che sostengono che la realtà si esaurisca nel linguaggio e non esistano fatti, ma solo interpretazioni e coloro che sponsorizzano, invece, un ritorno della realtà, del noumeno, in termini kantiani (tra questi Maurizio Ferraris).
È evidente che questo ritorno del noumeno – quale realtà incomprimibile ed innegabile, dalla quale attendersi dure repliche – è visibile sia nelle vicende della crisi finanziaria a partire dal 2007-2008 che nella crisi ambientale.
Le due crisi – finanziaria ed economica – si intrecciano ed hanno una matrice comune, ma sono pur sempre distinte fra loro.
Esse derivano da un atteggiamento culturale che potremmo chiamare l’“atteggiamento della grande illusione” al cui superamento è legata la possibilità di individuare realistiche vie d’uscita dalla crisi.
Non bisogna però demonizzare tutta la cultura che fonda la “grande illusione” che è niente altro che un irenismo originariamente giustificato dalla straordinaria crescita nella pace che ha connotato il secondo dopoguerra europeo.
Gli europei sono cresciuti in un’atmosfera culturale connotata dall’idea di “magnifiche sorti e progressive”, idea che è bene non convertire nell’opposto atteggiamento mentale della rinuncia critica e distruttiva, solo perché la realtà economica ed ambientale impone scelte difficili o tragiche.
Vi è stato, infatti, a fondamento di tale atteggiamento culturale un periodo che si potrebbe definire “età dell’oro”, definizione adoperata da Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini nel loro libro “Il film della crisi”, che delinea risposte interessanti e prospetta strade non percorse dalla politica attuale, nazionale ed europea.
La “età dell’oro” è un periodo del capitalismo recente in Europa e nei paesi occidentali in genere, in cui, successivamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ad un alto indice di crescita si è accompagnato lo sviluppo delle istituzioni sociali e la diffusione del benessere in ceti che prima non avevano accesso a molti beni di consumo. All’allargamento al ceto medio si è accompagnato lo sviluppo di una serie di istituzioni economiche sino ad allora sconosciute anche in virtù dell’intervento dello Stato con politiche sociali di tipo keynesiano, non restrittive nell’utilizzo della leva della spesa pubblica.
Il diffondersi del pubblico impiego si è accompagnato ad un grande sviluppo dell’industria.
In tale periodo è stato possibile dare un principio di attuazione alle costituzioni del secondo dopoguerra in tutta Europa e si è conosciuta la fase aurea dello sviluppo delle Comunità europee.
Questo processo si interrompe nel 1973 con lo shock petrolifero, ma si tratta di un breve episodio recessivo che costituisce il primo campanello di allarme della crisi ambientale, insegnandoci che le risorse sono limitate.
Se anche lo shock petrolifero ha determinato una flessione di carattere economico, ad essa, tuttavia, gli Stati occidentali hanno reagito in modo conveniente, soprattutto con politiche di carattere monetario, ben descritte nel libro di Ruffolo e Labini. Di conseguenza, la stagflazione – un intreccio perverso di inflazione e recessione – che ha caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta, è stata superata.

* Intervento del Cons. Giancarlo Montedoro alla Tavola rotonda su “L’ambiente in tempo di crisi” al Master di II livello in Diritto dell’Ambiente – La Sapienza (giovedì 31 gennaio 2013). Si è scelto di mantenere il tono colloquiale della lezione e si è solo aggiunto un postscritto per attualizzarla alla sentenza della Corte Costituzionale n. 85 del 2013.

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