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Appunti sul sistema tributario

di - 21 marzo 2013
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1 Introduzione
Con l’introduzione dell’Irap, che assorbe i contributi sanitari (e la tassa sulla salute), l’Ilor, e altri prelievi di minor entità[1], e con l’attribuzione a Regioni e Comuni delle addizionali sull’Irpef, la struttura del sistema fiscale prende, a partire dal 1998, una forma che manterrà fino ad oggi. Le entrate sul Pil nel 1998 si attestavano al 46,5%, e a questo livello le ritroviamo nel 2011 (46,6%), dopo aver avuto un minimo nel 2005 (45,5) e toccato un massimo nel 2009 (47,1)[2]. Nella seguente tabella si può notare come la composizione delle entrate non si sia modificata sostanzialmente:
Composizione percentuale delle entrate della pubblica amministrazione

1998 2011
Imposte dirette 33 30,7
Imposte indirette 33 30,2
Contributi sociali 27.7 29,4
Altre entrate di cui redditi da capitale 6,31,1 9,71,3

Per quanto riguarda la ripartizione tra Stato centrale ed Autonomie locali si può notare come il peso delle imposte locali sull’insieme delle imposte sia passato da 11,5% (1998) a 22% (2011); tuttavia il peso di questo prelievo delle Autonomie locali, sull’insieme del finanziamento degli Enti, resta nettamente al di sotto della metà (imposte dirette 9,8% ed imposte indirette 33,6% nel 1998 contro 13,7% – dirette – e 28,5% – indirette – nel 2011).
Per quanto riguarda le imposte erariali, mentre la ripartizione tra le imposte dirette e le indirette è rimasta sostanzialmente invariata (le imposte dirette erano al 53,6% nel 1998 e al 53,3 nel 2011), si può notare un peso maggiore dell’Irpef nell’ambito delle imposte dirette, con un aumento dal 69% al 74,1%.
Peraltro è opportuno un’avvertenza su questi dati: infatti l’Ici (ora Imu) e l’Irap sono classificate nelle statistiche comunitarie come imposte indirette. Non è questa la sede per una discussione sul tema, ma va ricordato che dal punto di vista economico si ritiene che mentre le imposte indirette si scaricano in avanti (classico esempio l’Iva, che è costruita proprio per trasferirsi sui consumatori), questo non succede (o succede solo parzialmente) per quanto riguarda le imposte dirette. In effetti è molto difficile condurre delle analisi statistiche circa l’effetto delle due imposte; nel caso dell’Irap si può dire che l’imposta sostituiva per oltre il 60% dei contributi, che costituivano un elemento di costo, e per il rimanente un prelievo sul reddito (o comunque un prelievo fisso). Quindi l’ipotesi più logica è che le imprese abbiano continuato a trasferire sui prezzi buona parte dell’imposta[3]. Tuttavia non molto tempo dopo l’introduzione dell’Irap le imprese hanno preso a considerarla sempre più come un’imposta sui loro utili, e quindi come un’imposta diretta[4], chiedendone l’eliminazione.

2. L’evoluzione di alcuni principali prelievi
L’Irpef

L’imposta sul reddito delle persone fisiche[5] costituisce il principale prelievo del nostro sistema tributario; nel 2012 il gettito ha raggiunto i 160 miliardi. L’irpef contava inizialmente 32 scaglioni, con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Nel tempo gli scaglioni sono andati via via riducendosi, con un calo pronunciato dell’aliquota più alta ed un aumento di quella più bassa. Nella legge delega del 2003 Tremonti disegna un ambizioso progetto di riduzione a due soli scaglioni[6] (con aliquote al 23% per il primo scaglione fino a 100.000 euro, e al 33% successivamente). Le detrazioni d’imposta per tipologia di reddito, per carichi familiari e per spese fiscalmente riconosciute vengono trasformate in deduzioni dal reddito imponibile, e rese decrescenti rispetto al reddito, estinguendosi a livello di un reddito medio[7]. Tuttavia i c. d. due moduli (finanziarie 2003 e 2005) realizzano solo in piccola parte il progetto originario, determinando degli effetti anomali, dovuti alla compresenza di deduzioni decrescenti per tipologie di reddito e carichi familiari[8].
Per comprendere il problema si consideri che in un sistema a scaglioni, la caratteristica della deduzione fissa è quella di fornire un risparmio d’imposta al contribuente in funzione della sua aliquota marginale; pertanto, una deduzione fissa di 1.000 euro darà un risparmio di 230 euro se l’aliquota del primo scaglione è del 23%, di 330 se la seconda aliquota è 33%, e così via[9]. Che cosa succede invece nel caso in cui le deduzioni sono decrescenti rispetto al reddito, come quelle stabilite dai due moduli? Il risparmio d’imposta avrà un andamento decrescente finché si rimane nel primo scaglione, poi subirà un aumento nel passaggio al secondo scaglione, poi di nuovo andamento decrescente e ancora un salto verso l’alto col passaggio successivo. Il profilo del risparmio viene quindi a somigliare a quello di un paesaggio montagnoso[10], con una ovvia violazione dell’equità verticale.
I due moduli ispirati[11] alla delega del 2003 hanno comportato un minor prelievo valutato nell’ordine degli undici miliardi, restituendo in buona parte il fiscal drag che si era verificato negli anni precedenti. Il fatto di aver introdotto un sistema di deduzioni decrescenti determina una situazione in cui, se guardiamo all’imposta netta, le aliquote marginali effettive sono diverse, e più alte, di quelle formali relative ai vari scaglioni, perché oltre a tali aliquote bisogna aggiungere quelle implicite nella diminuzione della deduzione quando il reddito del contribuente aumenta. Inoltre la struttura delle aliquote effettive si diversifica a seconda delle diverse tipologie di reddito, a seconda dei familiari a carico, creando una struttura Irpef differenziata per le varie figure di contribuenti: dipendente single, autonomo con moglie e figlio a carico, e così via.

Note

1.  Tutti prelievi a carico dei datori di lavoro (o lavoratori autonomi); questo aspetto verrà ripreso più avanti.

2.  Quest’ultimo dato dipende ovviamente dalla forte recessione economica conseguente alla crisi finanziaria, e dal fatto che il livello del debito pubblico aveva sconsigliato di ricorrere a manovre di alleggerimento fiscale.

3.  Un discorso simile vale anche per quanto riguarda l’Ici-Imu; da alcune analisi effettuate non si ottengono indicazioni chiare; sembrerebbe che vi sia stata una leggera tendenza ad aumentare gli affitti, il che tenderebbe a confermare la classificazione dell’imposta come indiretta, ma si tratta di un’indicazione piuttosto incerta.

4.  In questo le imprese sono spinte anche dal fatto che nel bilancio l’Irap è presentata come una sottrazione dall’utile lordo.

5.  In alcuni documenti pubblici (anche del MEF) al posto di Irpef si legge Ire. In effetti nella legge delega di riforma tributaria del 2003 si proponeva il cambio di nome, in quanto oltre alle persone fisiche l’imposta si sarebbe applicata anche agli enti non profit (mentre l’Irpeg sarebbe divenuta Ires, imposta sul reddito delle società). Ma in effetti gli enti non profit sono rimasti con la normativa precedente, anche se l’Irpeg è divenuta ufficialmente Ires (nel 2003); pertanto soggetti all’Irpef continuano ad essere le sole persone fisiche.

6.  In questo progetto è possibile notare l’influenza dei sostenitori della flat tax, cioè di un’imposta con una sola aliquota, e delle deduzioni per i lavoratori dipendenti.

7.  Nel primo modulo di attuazione della riforma (finanziaria 2003) la deduzione per i lavoratori dipendenti si esaurisce a 33.500 euro, superiori al reddito medio, ma non lontanissimi. Nella finanziaria 2005 le deduzioni per familiari a carico arrivano a superare gli 80.000 euro, che invece sono oltre tre volte il reddito medio. La legge delega spiegava la decrescenza con l’obiettivo della progressività, ma in realtà questa può essere assicurata anche da una detrazione fissa. Solo che con quest’ultimo metodo emergerebbero le vere aliquote marginali; si veda più avanti.

8.  Le spese fiscalmente riconosciute rimangono invece con la normativa preesistente.

9.  Un contribuente che si trovi a cavallo tra due scaglioni avrà un risparmio dato dalla media ponderata, ad esempio un risparmio tra 230 e 330.

10.  Si veda P. Bosi – C. Guerra, I tributi nell’economia italiana, 2006. Un altro curioso fenomeno, dovuto alla formula della deduzione, faceva sì che se due genitori avevano esattamente lo stesso reddito, conveniva che i figli fossero a carico di uno solo dei due; la divisione della deduzione a metà comportava una perdita di risparmio d’imposta.

11.  Per la precisione mentre il primo modulo va attribuito a Tremonti, il secondo può essere attribuito direttamente a Berlusconi, che impose la sua volontà a Siniscalco (che aveva sostituito Tremonti al MEF), il quale avrebbe preferito usare le risorse per un alleggerimento dell’Irap.

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