Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

 

Hyman Minsky e le crisi

di - 11 gennaio 2013
      Stampa Stampa      Segnala Segnala

Il mio ricordo di Hyman Minsky è nutrito di insegnamenti ricevuti dallo studioso e di manifestazioni di simpatia dispensate dall’amico, sin dalla vacanza con le nostre famiglie nel luglio del 1979 nella verde Val Pusteria: Tesido, Braies, Anterselva, il Mudlerhof. Anche in luoghi meno ameni – la Banca d’Italia, dove lavoravo, o convegni accademici – il tema delle conversazioni con lui era ovviamente l’instabilità del capitalismo moderno, della “Wall Street Economy”.

Quanto sono arrivato a pensare della instabilità come ex-banchiere centrale deve non poco al contributo da economista critico di Hyman. Un banchiere centrale, anche suo malgrado, non può essere mainstream. Altrimenti, farebbe un altro mestiere. Non può compiere l’atto di fede che i mercati siano efficienti e il sistema stabile sui tre fronti della produzione, dei prezzi, della finanza. La ragion d’essere della banca centrale è contenere l’instabilità, quantomeno limitare i guasti che l’instabilità provoca. Il banchiere centrale ha il dovere di non escludere mai che “possa accadere di nuovo”. Sulla scia di Minsky, proverò a dire perché, in che senso, ed entro quali limiti si può agire.

1. Il capitalismo è economicamente instabile. Questa sua caratteristica è inestirpabile. La ragione è stata chiarita da Keynes. Cito dalla General Theory: “L’efficienza marginale del capitale dipende dalle aspettative correnti sul rendimento futuro dei beni capitali. Ma la base di tali aspettative è molto precaria. Esse sono passibili di mutamenti improvvisi e violenti. L’efficienza marginale del capitale è determinata dalla psicologia incontrollabile, riottosa, del mondo degli affari in una economia di capitalismo individualistico”[1]. In una economia tanto anarchica l’instabilità ha un doppio volto, “reale” e “finanziario”: “Il volume degli investimenti è influenzato da rischi di due tipi. Il primo è il rischio dell’imprenditore, o del debitore, e deriva dai dubbi che sorgono nella sua mente riguardo alla probabilità di realizzare davvero il rendimento che spera di ottenere. Se si investe soltanto il danaro proprio, questo è l’unico rischio che conta. Ma allorché esiste un sistema di debito e credito diviene rilevante un secondo tipo di rischio, che possiamo dire rischio del creditore[2].

2. Dopo Keynes, l’alta teoria delle fluttuazioni economiche – da Samuelson a Hicks, a Goodwin, per non dire di Schumpeter – è stata essenzialmente “reale”. Si è incentrata su risparmio/investimento in termini reali, in modelli dinamici senza moneta. Sir Roy Harrod ha mostrato che il sistema non ha stabilizzatori endogeni, automatici: se il tasso di crescita effettivo è inferiore a quello “giustificato” il risparmio eccede l’investimento e la deflazione dei prezzi o l’accumularsi delle scorte limitano ulteriormente l’investimento, perpetuano lo squilibrio in una spirale recessiva[3]. L’idea che normalizzare la finanza, regolandola, renda il capitalismo stabile è ovviamente respinta dai moderni teorici del “real business cycle”. Patrick Minford lo fa in modo esplicito sulla base del più recente modello econometrico dell’Inghilterra da lui proposto[4]. In questi modelli, schumpeteriani, la finanza segue e amplifica la crisi da shocks non stazionari di natura reale, essenzialmente dovuti alle grandi innovazioni di prodotto e alle onde di produttività.

3. Minsky ha preso le mosse da Keynes per sviluppare sia la determinante “reale” sia, e soprattutto, la determinante “finanziaria” della instabilità. A suo parere Keynes non aveva approfondito quest’ultima: “Keynes non è entrato nel dettaglio dei modi in cui la finanza ha influito sul funzionamento del sistema. Non ha mai specificato un modello – o proposto una spiegazione – su come evolve la struttura delle passività di imprese, banche, altre istituzioni finanziarie”[5]. Le passività, i debiti, il passato pesano sul presente. L’altro gigante su cui Minsky ha costruito la sua teoria è Irving Fisher[6]. I debiti accumulati nel passato diventano troppi, strangolano l’economia, quando il tasso reale d’interesse è esaltato da una deflazione dei prezzi superiore alle attese. Nondimeno, a parere di Minsky, “anche Fisher ha mancato di offrirci una spiegazione, o una teoria, della crisi”; la sua era una – illuminante – “descrizione di ciò che accade dopo lo scoppio della crisi”[7].

4. Al pari della eziologia, la manifestazione dell’instabilità del capitalismo può essere duplice, reale e finanziaria. Sia nelle determinanti sia nelle forme fenomeniche crisi reali, crisi finanziarie, crisi reali e insieme finanziarie hanno punteggiato i due secoli seguiti alla Rivoluzione Industriale inglese[8]. Le crisi reali e insieme finanziarie sono state le più frequenti perché la finanza, anche quando non le causa, aggrava le crisi. Nel secolo scorso, la crisi internazionale, e italiana, degli anni Settanta fu essenzialmente reale. La crisi internazionale, e italiana, degli anni Trenta fu a un tempo reale e finanziaria. La crisi internazionale, e italiana, del 1907 fu essenzialmente finanziaria. Essenzialmente finanziarie furono anche le crisi del 1987 (Wall Street), 1995 (Messico), 1998 (Ltcm). Vennero limitate alla sfera finanziaria dalla politica internazionalmente coordinata della Federal Reserve di Alan Greenspan.

5. L’accertamento del peso relativo delle due dimensioni della instabilità – la reale e la finanziaria – è tuttavia di rado agevole. L’ultima crisi, del 2008-2009, è più spesso riguardata come finanziaria nelle cause, ancorché reale e finanziaria nelle manifestazioni. Gli stessi sostenitori della matrice finanziaria della crisi hanno peraltro opinioni divergenti sulle sue specifiche cause. Negli Stati Uniti le determinanti sono state identificate da economisti, operatori di mercato, giornalisti finanziari, autorità invocando, e in varia guisa combinando, fattori inclusi in una lunga lista: carenza e asimmetria di informazioni; titoli potenzialmente “tossici”; passaggio negli affari bancari da “originate to hold” a “originate to distribute”; passaggio nella valutazione dei bilanci societari dal costo storico al “fair value”; comportamenti illegali e immorali da parte di finanzieri distorti dalle stock options; deregulation della separatezza fra attività commerciale e d’investimento delle banche e dei limiti all’indebitamento dei grandi broker-dealers; regolatori incapaci o corrivi; banche troppo grandi per fallire e loro consapevole moral hazard; garanzie statali implicite attribuite a istituzioni inefficienti, come Fannie Mae e Freddie Mac; diffondersi nei paesi anglosassoni della cultura neoclassica dei mercati finanziari perfetti[9]. Lo stesso accertamento dei fatti finanziari della crisi resta, a distanza di anni, incerto. Lo è in particolare riguardo al momento d’inizio della crisi, alla scintilla che l’ha innescata, alle sue sequenze temporali, ai suoi effetti distributivi, alle decisioni delle autorità e degli operatori coinvolti. Gli storici economici ne discuteranno per decenni, come è avvenuto per la crisi, peraltro ben più grave, del 1929.

Note

1. J. M. Keynes, The General Theory of Employment Interest and Money, Macmillan, London 1936, p. 315 e p. 317.

2. Ibidem, p. 144.

3. Cfr., da ultimo, R. Harrod, Economic Dynamics, Macmillan, London 1973.

4. D. Meenagh e P. Minford, Non Stationary Shocks, Crises and Policy, in “Rivista Italiana degli Economisti”, 2012, pp. 191-224.

5. H. P. Minsky, John Maynard Keynes, Columbia University Press, New York 1975, p. 106.

6. I. Fisher, Booms and Depression: Some First Principles, Adelphi, New York 1932 e The Debt Deflation Theory of Great Depressions, in “Econometrica”, 1933, pp. 337-357.

7. Minsky, op. cit., p. 64.

8. Una sintetica “mappa” delle crisi nella storia del capitalismo industriale imperniata su tale triplice distinzione è in P. Ciocca, Crisi, economica e finanziaria, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1992 (ristampato in Id. Il tempo dell’economia. Strutture, fatti, interpreti del Novecento, Bollati Boringhieri, Torino 2004). Limitato alle crisi finanziarie, ma abbastanza confusamente e con varie imprecisioni esteso a quelle monetarie e valutarie e soprattutto a economie per loro natura totalmente diverse dal capitalismo post-rivoluzione industriale, è C.M. Reinhart e K. S. Rogoff, This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly, Princeton University Press, Princeton 2009.

9.  Per una sintetica rassegna cfr. A.W. Lo, Reading About the Financial Crisis: A Twenty-One-Book Review, in Journal of Economic Literature, 2012, pp.151-178.

Pagine: 1 2 3


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Foro Traiano 1/A – 00187 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy