Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

The Money Trap. Escaping the Grip of Global Finance. Robert Pringle. Foreword by Lord Skidelsky. Palgrave Macmillan 2012

di - 8 gennaio 2013
      Stampa Stampa      Segnala Segnala

The Money Trap. Escaping the Grip of Global Finance CoverUn nuovo standard monetario?

Della crisi finanziaria internazionale iniziata nel 2007 con il fallimento dell’inglese Northern Rock, ma esacerbata nell’anno successivo col rifiuto delle autorità americane di salvare la Lehman Brothers, sono state fornite dalla letteratura economica e dalla pubblicistica parecchie spiegazioni. Squilibri macroeconomici strutturali, politiche economiche troppo lasche, legislazioni agevolanti la Ponzi finance[1], “fallimenti del mercato”, commistione di attività bancarie commerciali e di investimento, inadeguatezze del “regolatore”, debolezze del governo societario, sono stati indicati, con diversa enfasi, in alternativa o congiuntamente, come “chiavi di lettura” della crisi. Il recente, ambizioso libro di Pringle[2], tuttavia, sposta l’attenzione verso un fattore rimasto in ombra nelle trattazioni dell’argomento: l’assenza di uno standard globale nel sistema finanziario. Come nota Skidelsky nella prefazione, il libro connette la discussione del sistema monetario con la crisi del sistema bancario: due temi in genere trattati da diversi gruppi di esperti (p. XV). L’autore intende spiegare in quale senso si possa parlare di deficienza di uno standard, e poi ricollegare ad essa l’origine e la “intrattabilità” della crisi finanziaria. Prospetta infine, sia pure in modo tentativo e – secondo la sua stessa ammissione – non compiutamente definito, quale forma questo nuovo standard debba assumere, e quale struttura bancaria sia funzionale a tale standard.
Va subito osservato che il libro prende le distanze da ogni prospettiva di efficienza implicita nel funzionamento dei mercati finanziari, mentre assume il public good come obiettivo che il sistema monetario e finanziario deve proporsi. Tuttavia, l’autore è lungi dall’identificare il perseguimento del “pubblico bene” con un forte ruolo della mano pubblica. Secondo Pringle, questo “pubblico bene” fu, in passato, incorporato in sistemi basati su cambi stabili (dapprima sullo standard aureo e poi sulle istituzioni di Bretton Woods). Sul piano storico, l’autore è propenso (con Bordo e, potremmo aggiungere, con la Schwartz) ad accreditare la tesi secondo cui il collasso del gold standard sia stato dovuto più a un comportamento “asimmetrico” dei paesi in surplus (S.U., Francia, che non avrebbero perseguito politiche espansive adeguate al loro stock aureo), che a difetti strutturali del sistema. Nel quarto di secolo successivo alla seconda guerra mondiale e agli accordi di Bretton Woods, la stabilità monetaria ha trovato il suo fondamento nel sistema di cambi fissi e di indiretto legame con l’oro, attraverso il dollaro. L’inflazione fu contenuta, mentre la provvista delle banche era basata su stabili depositi del pubblico, la concorrenza bancaria era limitata, la stessa self-regulation, laddove presente (come nella City di Londra), era efficace. Nota Pringle che le istituzioni di Bretton Woods – che poi divennero, per i critici di sinistra, un simbolo della conservazione – erano in effetti il risultato di idee socialiste prevalenti in Europa e del New Deal americano. Il gold standard e il sistema di Bretton Woods differiscono perché il primo era un sistema non pianificato, funzionale ai mercati, ampiamente auto-regolato, senza una sovrastruttura istituzionale e senza un palese potere egemone (ma – si potrebbe obiettare – non era tale quello inglese prima del conflitto 1914-18?). Il secondo era pianificato, piuttosto ostile ai mercati, con regole ben convenute e con un’istituzione centrale che ne verificava l’operatività, e con un’evidente potenza egemone, gli S.U. Eppure, entrambi furono in grado di fornire un’ancora monetaria sulla cui base il commercio mondiale e gli investimenti si espansero grandemente, le economie si internazionalizzarono, la finanza crebbe su basi ordinate. Le istituzioni di Bretton Woods assicurarono il massimo di autonomia monetaria nazionale compatibile con la disciplina di un sistema internazionale.
L’autore attribuisce l’abbandono dei cambi fissi e l’instabilità successiva – origine e risultato di una sorta di “non-sistema” – a tre fattori principali, riguardanti la politica monetaria, la crescita dei mercati finanziari e, paradossalmente, il ruolo crescente delle banche centrali.
In particolare, l’accomodamento delle politiche monetarie non sarebbe stato possibile entro le “costrizioni” di un complesso ben definito di regole, esistente nei sistemi precedenti. L’accelerazione dell’inflazione negli S.U., legata alla lunga espansione kennediana e al finanziamento della guerra del Vietnam, indebolì il perno del sistema, il dollaro.
La crescita dei mercati finanziari e l’aumento dei flussi speculativi di capitale permisero agli Stati in difficoltà di finanziamento di svincolarsi dai prestiti ufficiali, così sfuggendo alla disciplina del precedente sistema. L’ascesa della finanza globalizzata rese inefficaci risposte a livello solo nazionale e generò una “relazione incestuosa” tra grandi banche e governi. Gradualmente, la moneta – fiat-money – è stata “detronizzata” dal suo alto ruolo pubblico, istituzionale, è stata assoggettata ai capricci del policy-makers, e inevitabilmente è divenuta terreno di giuoco (playfield) del settore privato; i costi delle crisi dalle banche si sono trasferiti sulla mano pubblica (sul contribuente).
Ma una sorta di standard monetario comunque emerse, attraverso il riconoscimento dell’indipendenza delle banche centrali e l’affidamento di più ampi poteri, con quasi-fiscal responsibilities. Tale loro riposizionamento permise di rimpiazzare la disciplina di regimi precedenti con un “non–sistema” di cambi fluttuanti, funzionale all’interesse delle banche centrali di gestire autonomamente la propria politica. L’introduzione di un regime di cambi variabili trovò così nelle banche centrali un alleato, nel senso che l’indipendenza della loro politica dipese ampiamente da tale regime. Ogni approssimazione a un sistema di cambi stabili, o anche a una più stretto coordinamento delle loro politiche, fu vista come lesiva della capacità di adempiere compiutamente al proprio mandato, da loro interpretato in termini puramente domestici e di obiettivi spesso rigidamente definiti. Il risultato fu, frequentemente, un nazionalismo monetario: “an excercise in monetary unilateralism” (p. 62). Volcker domò l’inflazione negli S.U., ma mise in crisi per un decennio l’America Latina. L’inflation targeting è – nota l’autore – “ in my view a superficial, naive concept” (p. 85): la stabilità dei prezzi al consumo ha catturato solo una frazione di ciò che tradizionalmente si intende per moneta sana, poichè l’innovazione finanziaria ha portato alla creazione di ampie passività e attività quasi-monetarie, non rilevate nelle misurazioni ufficiali dell’offerta di moneta (shadow banking system).

Note

1. Secondo lo schema disegnato da Hyman Minsky in Stabilizing an Unstable Economy, McGraw Hill, 2008.

2. Robert Pringle è fondatore e presidente del giornale Central Banking; è stato primo direttore del Gruppo dei Trenta.

Pagine: 1 2


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Foro Traiano 1/A – 00187 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy