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How China became capitalist. Ronald Coase e Ning Wang. Palgrave Macmillan 2012

di - 9 novembre 2012
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Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia, ha oggi 101 anni. Pochi sapevano che ha fondato un centro di ricerca economica presso la Zheijang University in Cina. Così molti sono stati sorpresi all’uscita del suo ultimo libro, scritto in collaborazione con l’economista cinese Ning Wang (che lavora all’Arizona State University) e dedicato all’analisi del processo che ha portato la Cina a diventare una economia capitalista.
È un libro molto dettagliato, senza grafici e tabelle, ma ricco di riferimenti e citazioni delle posizioni dei vari protagonisti dell’economia cinese sia nel periodo di Mao, sia in quello delle riforme, le cui vicende vengono descritte con precisione e spesso in modo molto particolareggiato.
Coase e il suo coautore sostengono la tesi seguente: le trasformazioni dell’economia cinese verso una economia capitalista non sono state il frutto di un disegno che aveva questo scopo finale, ma sono state il risultato di una strategia di riforma del socialismo che, in modo spesso inaspettato ed imprevisto, ha sfociato in una economia capitalista. Coase applica a questo proposito un’idea di Hayek a lui cara, quella delle “unintended consequences”.
Questa strategia di riforma è stata certamente una strategia del governo e del partito comunista a livello centrale. E non è stata solo gradualista: su questo convengono tutti gli studiosi delle riforme economiche cinesi. Quello che il libro sottolinea è il modo con cui il gradualismo si è manifestato; secondo una logica pragmatica, del passo dopo passo, di verifica per prova ed errore se quanto veniva fatto in una fase aveva effettivamente migliorato le cose, o se era necessario cambiare e ritornare indietro. Dosi crescenti di capitalismo sono state introdotte ed accettate in questa logica.
È molto interessante rileggere nel libro (p.121) un passo di un discorso di Deng Xiaoping durante la sua famosa visita nel sud della Cina nel 1992 con lo scopo di rilanciare le riforme dopo Tian’anmen: “ L’essenza del marxismo è cercare la verità dai fatti. … Le riforme e le politiche di apertura non hanno avuto successo perché ci siamo basati sui libri, ma perché ci siamo basati sulla pratica e abbiamo cercato la verità dai fatti”.
In questo passaggio Deng si richiama ad un discorso di Mao del 1937 che anche viene riportato da Coase e Wang: “Scopri la verità attraverso la pratica. Pratica e conoscenza e di nuovo pratica e di nuovo conoscenza”.
Sono il risultato di questa strategia gradualista e pragmatista le riforme portate avanti dal fedele collaboratore di Deng Xiaoping, Zhao Ziyang, primo ministro dal 1980 al 1987 e poi anche segretario generale del Partito Comunista Cinese.
Dalla riforma dell’agricoltura sono nate migliaia di “imprese di città e villaggio” che sono state cruciali per lo sviluppo dell’imprenditorialità cinese. È stata promossa una crescente autonomia ai managers delle imprese di stato che avevano l’incentivo di potersi appropriare di una parte dei profitti. Con la politica della “porta aperta” è stata promossa l’apertura della Cina (specialmente della parte costiera orientale) all’apporto esterno di capitali e di energie imprenditoriali internazionali.
Dopo Tian’anmen e nei primi anni Novanta con Jiang Zemin segretario generale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica, il protagonista delle riforme economiche fu Zhu Rongji, che abbandonò definitivamente il sistema di pianificazione tradizionale.
E in questo periodo si manifesta una ulteriore caratteristica del peculiare processo che ha portato al capitalismo cinese, e che viene messa bene in evidenza dagli autori: il ruolo della decentralizzazione nei processi di privatizzazione delle imprese. Gli autori mostrano come si sia assistito ad una vera e propria competizione tra governi locali relativamente ai modelli e all’attuazione delle privatizzazioni.
Da questo processo dal basso è emerso un passaggio deciso verso l’economia di mercato. Ma appunto perché si è trattato di una competizione tra governi e non direttamente tra imprese, il modello di capitalismo emerso in Cina si è rivelato spurio ed incompleto.
Le imprese più grandi e a maggiore intensità di capitale hanno continuato a rimanere sotto il diretto controllo dello stato, e quindi del partito comunista.
Sono anche quelle che operano nei settori strategici per l’economia cinese, quali il settore della difesa, dell’energia, delle telecomunicazioni.
Anche il sistema bancario cinese, soprattutto le grandi banche, rimane ancora sotto saldo controllo politico. Formalmente le due persone più autorevoli nel governo del sistema bancario cinese sono il governatore della Banca Centrale e il presidente della Commissione per la Regolazione Bancaria. Ma il potere di controllo sta nelle mani del Consiglio di Stato, ed in particolare del vice-premier responsabile per il settore finanziario.
Dal libro emerge quindi un capitalismo per l’economia cinese molto particolare. Secondo gli autori, l’evoluzione di questo modello verso una forma più coerente di capitalismo e di economia di mercato è condizionata dalla rimozione di un ostacolo importante, quello che gli autori chiamano il blocco del “mercato delle idee” a causa del ruolo egemone del partito comunista.
Questo è all’origine di una debolezza importante dell’economia cinese, che, secondo Coase e Wang,  si coglie guardando all’esperienza storica delle due potenze che in passato sono diventate egemoni a livello mondiale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.
Gli autori notano come l’esposizione universale del 1851 è stata l’occasione per mostrare la forza delle innovazioni che hanno caratterizzato la rivoluzione industriale inglese. Nel corso del Ventesimo secolo sono emersi i giganti americani nei settori automobilistico, aeronautico, elettronico, alimentare. La stessa cosa è avvenuta in Giappone nella seconda metà del secolo scorso.
In Cina invece le imprese più importanti o non sono marchi affermati in Occidente o sono imprese statali nei settori dell’energia e dei servizi non aperti alla competizione globale.
Il superamento di questa debolezza dipende dallo sviluppo di un mercato delle idee che trova il suo driver principale in una educazione libera e orientata all’innovazione e in una libertà di circolazione di tutte le idee che non potrà non comprendere quelle politiche.
Dall’analisi di Coase e Wang appare quindi confermato il forte collegamento tra la questione del rapporto tra mercato e stato, e quella del futuro della democrazia.
La modernizzazione apportata dalla crescita economica non è più sufficiente a non mettere in discussione un monolitico sistema politico dove le differenze di opinione e di strategia rimangono chiuse nelle lotte di potere all’interno del partito comunista.
D’altra parte il crescente livello medio di benessere non potrà a lungo accontentarsi della mera libertà di consumo, ma comporterà una crescente richiesta di libertà di pensiero e di espressione anche politica.
Su questo punto è evidente l’imbarazzo che serpeggia all’interno del partito comunista. Un segno di questo imbarazzo è la lotta di potere che caratterizza l’attuale fase alla vigilia del congresso del partito, e la cui più evidente manifestazione è l’eliminazione del leader filo-maoista Bo Xilai dalla vita politica. Un altro segno è il tentativo di controllo delle reti di “social networks”. Ma è probabilmente proprio dalla inarrestabile diffusione di queste ultime che verrà il maggior aiuto alla costruzione del “mercato delle idee”.

Contributo collegato: Law and Economics dopo Coase


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