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Il Rapporto “Doing Business” e la Banca Mondiale

di - 17 settembre 2012
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1.    Introduzione.
Nel 2003 la Banca Mondiale pubblicava il primo rapporto Doing Business. Si presentavano i risultati di un esercizio di misurazione, effettuato in 133 paesi, di quanto la legislazione facilitasse l’esercizio dell’attività di impresa. In particolare il rapporto poneva l’attenzione sulle modalità con cui l’ordinamento regola alcuni momenti tipici della vita di una impresa, dalla sua costituzione alla sua liquidazione. Da quello stadio embrionale, quando la graduatoria complessiva si basava su soli 5 indicatori, il progetto si è considerevolmente evoluto e irrobustito: nell’ultimo rapporto, pubblicato lo scorso ottobre, si predevano in considerazione 11 indicatori per 183 paesi. Oggi la graduatoria aggregata del Doing Business e i dati ad essa sottostanti sono regolarmente utilizzati, dalla stampa specialistica e anche dalla letteratura accademica[1], per valutare quanto la regolamentazione di un paese favorisca la nascita e lo sviluppo delle imprese.

2.    Cosa misura Doing Business e come.
Per misurare quanto un ordinamento renda semplice e poco costoso l’esercizio dell’attività di impresa Doing Business divide la vita di una impresa in 4 momenti fondamentali: l’atto fondativo dell’impresa, il suo avvio, lo svolgimento della sua attività, la sua liquidazione. Ciascuna di queste fasi viene caratterizzata da alcune azioni tipiche che l’impresa svolge; queste azioni vengono quindi codificate negli 11 indicatori attualmente considerati. Infine per ciascuno di questi indicatori si definiscono le variabili da misurare concretamente (cfr. tavola 1 in calce).
Per attribuire delle concrete misure alle variabili scelte, Doing Business prende a riferimento una ben precisa tipologia di impresa. Si tratta di una impresa di capitale a responsabilità limitata, che opera nella più grande città del paese (spesso la capitale) in piena conformita con le leggi (nel settore formale dell’economia), interamente posseduta da residenti. La fonte dei dati è duplice. La fonte più importante è la lettura diretta della legislazione e della regolamentazione di secondo livello da parte del team di Doing Business. La seconda fonte è costituita dai questionari inviati a professionisti esperti della materia nel paese di riferimento. Questi ultimi forniscono intepretazioni delle norme e danno indicazioni per esempio sui costi e sui tempi associati alle singole procedure. L’ultimo rapporto ha beneficiato del contributo di più di 9000 professionisti che hanno provveduto a riempire i questionari, hanno fornito indicazioni sulla legislazione rilevante per ciascun indicatore, hanno aiutato a controllare l’accuratezza dei dati. Per l’Italia il numero dei contributori è stato 114.
Come è evidente non si tratta quindi di informazioni estratte con le usuali tecniche statistiche da dati raccolti attraverso una rilevazione su un campione di imprese estratto dall’universo di riferimento. In questa situazione è difficile valutare la qualità dell’informazione raccolta che può in alcuni casi dipendere dalle intepretazioni soggettive dei rispondenti. Va detto tuttavia che la peculiarità della metodologia è dovuta anche alla necessità di raccogliere informazioni per un grande numero di paesi a costi non proibitivi. Una implicita riassicurazione sulla qualità dell’informazione raccolta viene dal fatto che le graduatuorie di Doing Business sono coerenti con quelle prodotte da altre istituzioni, come L’OECD.

3. La posizione dell’Italia nelle graduatorie di Doing Business.
Nell’ultimo rapporto pubblicato nell’ottobre del 2011, l’Italia figurava nella 87-esima posizione della graduatoria aggregata. È una posizione molto lontana dalle migliori pratiche ma anche da quella dei nostri partner europei con i quali ci rapportiamo tradizionalmente. Ad esempio, le altre grandi economie dell’area dell’euro occupavano posizioni molto migliori: la Germania occupava la posizione n.19, la Francia la posizione n.29 e la Spagna quella n. 44. In generale la posizione media dei paesi OCSE[2] ad alto reddito era 29.
Una analisi più attenta dei singoli indicatori mette in rilievo che il ritardo dell’Italia si riscontra su tutti gli indicatori, come testimoniato dal fatto che la nostra posizione è sempre peggiore di quella della media dei paesi OCSE ad alto reddito (cfr. tavola 2 in calce). Ma il ritardo è particolarmente acuto negli indicatori relativi all’ottenere il rispetto dei contratti per via giudiziaria (posizione 158), al pagamento delle tasse (posizione 134), all’allaccio alla rete elettrica (posizione 109). Vi influiscono l’elevato numero delle procedure, i tempi della loro esecuzione e i costi associati. A titolo di esempio si consideri l’indicatore nel quale l’Italia occupa la posizione peggiore, vale a dire quello dell’ottenimento per via giudiziaria del rispetto dei contratti e lo si confronti con l’analogo indicatore per i paesi OCSE ad alto reddito. Il numero delle procedure previste in Italia è 41 contro circa 30 del gruppo di controllo. Da noi i costi arrivano al 30 per cento del valore del contratto di cui si richiede il rispetto, contro meno del 20 per cento degli altri; da noi ci vogliono in media 1210 giorni per avere soddisfazione dei propri diritti contro meno della metà del gruppo di confronto.
Analoghe considerazioni si possono fare sugli altri indicatori[3].
Nel tempo la posizione dell’Italia si è progressivamente deteriorata nonostante gli innegabili sforzi compiuti dai diversi governi per rendere la regolamentazione dell’attività di impresa più snella, meno costosa e incerta. Tra il 2005 e il 2011, la distanza dell’Italia dalle migliori pratiche è rimasta sostanzialmente inalterata se non addirittura aumentata, caso quasi unico tra le economie che partecipano al Doing Business.
La ragione di questa progressivo slittamento sta nel fatto che le graduatorie di Doing Busienss sono graduatorie relative e, pertanto, un paese può perdere posizioni anche se ha migliorato la propria regolazione se nel frattempo altri paesi hanno fatto riforme più incisive. Questa notazione va al di là del mero fatto di perdere posizioni in una graduatoria. Se le imprese decidono dove localizzarsi anche in funzione della qualità della regolamentazione, allora una perdita di efficienza relativa di quest’ultima implica una possibile perdita di attrattività del paese per le proprie imprese e quelle di altri paesi. Si pone pertanto un serio problema di rapidità di adattamento della regolazione nazionale a quanto accade alle regolazioni di altri paesi. Un caso molto interessante in proposito è costituito dalla riforma del diritto fallimentare.
La riforma del diritto fallimentare è un cantiere aperto dal 2004. Il legislatore è intervenuto sulla materia anche nell’ultimo decreto sviluppo, convertito in legge all’inizio dello scorso agosto. Nonostante i grandi progressi fatti in materia, la nuova regolamentazione non è considerata “state of the art” visto che l’Italia occupa la trentesima posizione, peggiore di quella della media dei Paesi OCSE ad alto reddito. È presumibile che questa distanza aumenti nei prossimi anni a meno di un’opera di manutenzione continua della nostra legislazione in materia.

Note

1.  Secondo l’ultimo rapporto 873 papers pubblicati su riviste con referee e 2332 working papers utilizzano dati e informazioni dedotte dai database di Doing Business.

2.  La Banca Mondiale classifica come paesi OCSE ad alto reddito i seguenti paesi: Australia, Austria, Belgio, Canada, repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia, Israele, Giappone, Corea del Sud, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti.

3.  Le informazioni di dettaglio sono contenute nel rapporto specifico per l’Italia disponibile al seguente indirizzo http://www.doingbusiness.org/~/media/FPDKM/Doing%20Business/Documents/Profiles/Country/ITA.pdf

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