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La questione femminile a 150 anni e oltre dall’Unità d’Italia*

di - 7 luglio 2012
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*Relazione introduttiva al Convegno nazionale del CIF – “150 anni e oltre dall’Unità d’Italia – Donne che tessono la storia” – Roma, 27 gennaio 2012.

Sommario: 1. La questione femminile nel percorso unitario. – 2. Il contributo delle donne al primo… – 3. (segue) e al secondo Risorgimento. – 4. La questione femminile nella Costituzione; – 5. (segue) nella legge; – 6. (segue) nella giurisprudenza della Corte Costituzionale; – 7. (segue) nella prospettiva europea. – 8. Dall’eredità del passato alle sfide del presente e del futuro. – 9. Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze…con il sudore del tuo volto mangerai il pane…” (Genesi 3, 16-19).

1. Un anno fa, in un discorso al clero della diocesi di Terni, poi pubblicato sul Vostro mensile “Cronache e Opinioni”, nell’inserto dedicato ai 150 anni dello Stato unitario[1], mi chiedevo se abbia ancora senso celebrare l’unità nazionale di fronte a due tendenze – contrapposte fra loro ed apparentemente o effettivamente in contrasto con l’idea dell’unità – sempre più ricorrenti: la prospettiva europea e più ancora quella globale, in cui l’identità nazionale si sperde nel multiculturalismo e nella multietnicità; all’opposto, la prospettiva locale della chiusura, della secessione e del separatismo.
Osservavo che quelle perplessità si superano, se si guarda al percorso unitario nel suo complesso. Una vicenda che prese l’avvio dai moti risorgimentali, dalle guerre di indipendenza e da Roma capitale, per concludere con la guerra del ’15-’18 il primo Risorgimento; che proseguì con il fascismo, la seconda guerra mondiale, la sconfitta e una nuova divisione tra il Regno al sud e la Repubblica Sociale al nord; che ritrovò l’unità nel secondo Risorgimento – più concentrato del primo – attraverso la Resistenza, la scelta repubblicana, la Costituzione.
Quest’ultima è – non solo cronologicamente – centrale in quel percorso perché esprime, nei suoi valori fondanti, il passaggio dal primo al secondo Risorgimento. Nel primo, la nazione si è fatta stato attraverso la condivisione di valori in qualche modo elitari: la tradizione, la storia, la lingua, la cultura, l’arte, il territorio («una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» come si esprime Alessandro Manzoni, nel 1821); anche se la partecipazione popolare al percorso unitario (dalla spedizione dei Mille alle Cinque giornate di Milano, alla grande guerra) è una realtà incontestabile. Ma nel Dna del primo Risorgimento ci stanno già sia l’aspirazione alla giustizia sociale e alla legalità, sia il principio personalista, come testimonia la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che delinea ante litteram il nucleo di quella attuale.
Nel secondo Risorgimento, la nazione ha recuperato lo Stato – dopo le degenerazioni dell’esperienza totalitaria e nazionalista e gli eccessi del liberalismo – attraverso l’affermazione e la condivisione dei valori fondanti della convivenza: il lavoro, la dignità, l’eguaglianza, la solidarietà, il personalismo, il pluralismo, la laicità, il pacifismo, l’unità e l’autonomia. Sono valori frutto di una scelta e di un compromesso alto (non già di un baratto) fra le grandi correnti ideologiche che furono alla base dei partiti di massa e di élite, protagonisti dalla Resistenza: i cattolici, i socialcomunisti, i liberali (penso alle tre firme di De Nicola, di Terracini e di De Gasperi, in calce alla Costituzione).
Quei valori possono essere efficacemente riassunti nel principio di pari dignità sociale ed in quello di laicità: due principi – il primo, di contenuto; il secondo, di metodo – che non possono fare a meno l’uno dell’altro. Due obiettivi che hanno caratterizzato il percorso, complesso e faticoso, del primo e del secondo Risorgimento, nelle grandi questioni da cui entrambi sono stati segnati: la questione meridionale, quella romana, la questione femminile.
Queste ultime – allora come ora – rappresentano momenti e problemi essenziali della nostra convivenza e della nostra identità nazionale, in parte tuttora irrisolti; dimostrano quanto sia necessario conoscere il nostro passato per comprendere il nostro presente e progettare il nostro futuro. Conoscerlo non solo negli aspetti gloriosi e positivi, ma anche in quelli negativi e negli errori, perché (come ricorda l’ammonimento all’ingresso del campo di concentramento di Dachau) «chi ignora il passato è condannato a ripeterlo». Conoscerlo senza apriorismi, senza semplificazioni superficiali, laicamente e con rispetto, perché c’è molto da ricordare nel nostro percorso unitario, nel bene e nel male.
Per questo mi sembra doveroso – in occasione del Convegno nazionale del Centro Italiano Femminile – completare la testimonianza di un anno fa sul patto costituzionale fra gli italiani, con una riflessione sul contributo fondamentale offerto dalle donne alla soluzione della questione femminile, nel primo e nel secondo Risorgimento, sino ai giorni nostri e tutt’ora.
Come ricordavo nelle riflessioni di un anno fa, vi è un nesso tra i vizi, i limiti, i compromessi, il centralismo e il burocraticismo, le carenze della nostra vita unitaria, nel primo come nel secondo Risorgimento. Ma v’è anche un nesso tra i protagonisti e le protagoniste delle battaglie e dei moti risorgimentali, gli eroi e le eroine della Resistenza, le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata (donne e uomini, senza distinzioni di genere) cadute nel compimento del proprio dovere.
Vi è un nesso tra i momenti di crisi e i traguardi raggiunti: nel primo Risorgimento, con l’unità nazionale e con l’affermazione di un’Italia moderna fra le nazioni; nel secondo, con la ricostruzione, il miracolo economico, la democrazia, l’apertura all’Europa; in entrambi e dopo, con le conquiste faticosamente raggiunte dalle donne per la pari dignità e per una cittadinanza compiuta. I centocinquanta anni trascorsi non si possono liquidare sbrigativamente con il giudizio cinico del Gattopardo: «tutto deve cambiare, perché tutto rimanga come prima».
Ecco perché è giusto – nonostante la crisi; anzi, proprio di fronte alla crisi che stiamo affrontando – celebrare i centocinquanta anni del processo unitario: “riappropriarci” di esso rivolgendo “la mente al passato e lo sguardo al futuro” per affrontare “l’angoscioso presente”, come ricordava recentemente Giorgio Napolitano. E celebrare quel processo guardando all’evoluzione del patriottismo, che ai valori su cui si unificò l’Italia aggiunge – non sostituisce – i valori proposti dalla Costituzione per la nostra convivenza.
Sono valori propri di una comunità della partecipazione, più che della appartenenza. Come ricordavo un anno fa, saldano fra di loro il patriottismo risorgimentale, quello costituzionale e quello europeo: quest’ultimo importante al pari dei primi due (al di là della crisi, europea e non solo italiana) nel percorso verso la dignità, la laicità, la cittadinanza compiuta delle donne. Il contributo femminile per affermare quei valori è una testimonianza e un’eredità estremamente importante: non solo per motivare la nostra gratitudine nei suoi confronti; ma per affrontare le sfide del futuro delle donne e del Paese.
In questa riflessione, confortano e ispirano fiducia l’entusiasmo e la partecipazione con cui molti hanno seguito le celebrazioni per l’unità d’Italia, nello scorso anno: smentendo così i dubbi di chi temeva che esse potessero risolversi soltanto in un’occasione retorica, lontana dalla realtà, dai problemi, dai sentimenti della gente.

Note

1.  Flick, “Il patto costituzionale come impegno per l’Unità nazionale”, in Cronache e Opinioni, gennaio-febbraio 2011.

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