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Le liberalizzazioni tra libertà e responsabilità*

di - 5 giugno 2012
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*Rielaborazione dell’intervento svolto al convegno “La liberalizzazione delle attività economiche”, Università degli Studi Roma TRE – Facoltà di Economia “Federico Caffè”, 24 febbraio 2012

Chi ha con sicura sapienza pensato il titolo della mia relazione ha certamente sopravvalutato le mie forze. Il tema delle liberalizzazioni appare invero presidiato a destra e a manca da due rappresentazioni titaniche dell’ordine dei valori, da due veri poli catalizzatori della stessa vicenda del nostro essere persone: liberi e responsabili.
In particolare, il primo di tali termini sospinge la nostra attenzione verso esperienze storiche e categorie dello spirito che rischiano di paralizzare gli sforzi di chi, da giurista e dunque da un angolo visuale che non può trascurare la dimensione tecnica della riflessione e -per giunta- in un arco di tempo infinitesimale rispetto a quello che sarebbe appena sufficiente, si appresta a cogliere le radici del fenomeno e le sue connessioni ineludibili con i concetti di libertà, di liberismo e di liberalismo. Una paralisi che evoca quella che colpiva il giovane Castorp quando si apprestava a svolgere un’attività di elevata fatica che sorpassasse la misura di ciò che era soltanto imposto dalla necessità e dalla quale era possibile uscire soltanto attraverso una intimità morale ed eroica ovvero attraverso una modesta e robusta vitalità.
Le indicate connessioni fra i concetti di libertà, liberismo e liberalismo, possono cogliersi consultando i più recenti e accreditati dizionari della lingua italiana nei quali l’attività di liberalizzazione viene descritta come attività diretta a rendere conforme ai principi del liberismo un’attività economica; e il liberismo come la corrente di pensiero economico che promuove il libero scambio, si dichiara ostile ad ogni forma di protezionismo e tende a ridurre al minimo l’intervento dello Stato nella vita economica; il liberalismo, infine, come quell’indirizzo, in economia, che vede nella libera manifestazione delle condotte dei soggetti economici individuali la condizione ottimale per il funzionamento di un sistema economico e riserva allo Stato il compito essenziale di salvaguardare tale condizione.
Non può sfuggire, ma è importante sottolinearlo, che liberalizzazione, liberismo e liberalismo condividono l’etimo del latino liber che indica l’essere libero, la condizione di libertà, l’assenza di qualsiasi costrizione.
Ed invero, se il termine liberalizzazione è relativamente recente e si impone nella cultura giuridica ed economica agli inizi degli anni ’90, il liberalismo ha radici antiche che non nascono sul terreno economico ma su quello politico. Il DNA del liberalismo, cioè l’idea di libertà che anima il progetto politico di una comunità consentirebbe probabilmente di fare giganteschi passi indietro nella storia e di risalire fino ad Aristotele e ai suoi scritti sull’etica ove sono custodite le radici prime dell’intimo collegamento fra economia e libertà nella organizzazione delle polis.
Ma vogliamo avviare qualche riflessione da un momento assai più recente, il XX secolo, all’inizio del quale viene affrontato dalla cultura ufficiale uno dei temi più nobili che abbiano impegnato il pensiero liberale, il rapporto cioè fra liberalismo e democrazia. Da queste iniziali premesse, attraverso alcuni passaggi che indicheremo brevemente, crediamo sia possibile giungere ad una idea della vicenda delle liberalizzazioni capace di restare fedele alle sue origini e di giustificare la sua collocazione fra gli estremi ideali della libertà e della responsabilità.
È in verità proprio il contesto dei rapporti fra libertà e democrazia e la loro evoluzione nell’Europa contemporanea che consentiranno di cogliere il significato profondo delle liberalizzazioni, liberandole (singolare il bisticcio delle parole che non è casuale) dalla angustia di una prospettiva meramente economicistica per consegnarle a programmi più complessi e più articolati di politica economica. Si tratta di programmi diretti a perseguire progetti e finalità di vera bonifica morale e sociale che certo non dimenticano il principio di uguaglianza, principio con il quale tanto il liberalismo quanto la democrazia dovranno fare i conti, e che sarà destinato invero a divenire baluardo di ogni moderna costituzione liberal-democratica.
Il ‘900, si sa, è stato il secolo che più di altri ha messo a durissima prova le democrazie dell’Occidente e tuttavia l’esperienza della democrazia era ormai iniziata e conosciuta, ed i valori collegati all’assetto democratico degli ordinamenti erano ormai patrimonio comune.
Fu Kelsen, pensatore ma anche giurista, filosofo e pubblicista di Praga ma cresciuto in Germania ove insegnò a lungo che, in polemica con i marxisti i quali opponevano alla democrazia fondata sul principio di maggioranza la democrazia fondata sulla eguaglianza sociale, ricostruì la democrazia sul concetto di libertà piuttosto che su quello di eguaglianza. L’eguaglianza è un valore soltanto all’interno di un sistema liberale. Ineccepibile l’argomento speso da Kelsen a sostegno del suo assunto: mentre è possibile l’esistenza di una società di eguali che non sia democratica (cioè libera), difficilmente può concepirsi una società democratica che non garantisca le libertà fondamentali dell’individuo. L’argomento trova conforto nella storia passata ma è profetico (siamo nel primo ventennio del secolo) rispetto alle inedite vicende politiche che muoveranno in Europa e altrove proprio dal materialismo marxista e che saranno costrette in futuro a confessare il loro gravissimo limite: la democrazia non può costruirsi in danno della libertà.
Si coglie e si custodisce in queste parole il nesso fondamentale fra diritti di libertà e ordine democratico.
Come si colloca all’interno di questo rapporto il ruolo della libertà economica? È questa funzionale al processo democratico così come lo sono, ad esempio, la libertà di pensiero, di parola, di stampa, quella religiosa o scientifica?
Su questo certamente non secondario aspetto della libertà, che è la libertà economica, e che costituisce il momento di collegamento fra liberalismo e liberismo, non è davvero possibile eludere il confronto e il vivace dialogo, ancora oggi di grande attualità, di cui furono protagonisti nel primo lustro del secolo passato Benedetto Croce e Luigi Einaudi.
Entrambi avevano formato il loro pensiero alla luce della teoria classica dell’economia che aveva trovato la prima occasione di organica sistemazione in Adam Smith e che aveva segnato il superamento delle dottrine mercantilistiche dirette a preservare il commercio e i traffici dalle “insidie” della libera concorrenza.

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