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La crescita: risorse, efficienza, innovazione, ma non solo*

di - 18 maggio 2012
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1. Fra economia e storia
Con Schumpeter – economista, ma anche sociologo – la teoria della dinamica economica aveva valorizzato l’innovazione produttiva, che solo la società borghese si è dimostrata capace di esprimere. In questa società la funzione imprenditoriale interna all’azienda interagisce con la propensione al profitto e al rischio dei capitalisti e con la propensione a lucrare un interesse dei banchieri. Ne discende quello che Schumpeter chiamò sviluppo economico: cambiamento radicale e progresso discontinuo, diverso da quella che egli chiamò “mera crescita della popolazione e della ricchezza”[1].
Keynes nel 1936[2] ha fatto chiarezza sul rapporto tra risparmio e investimento, cruciale per la domanda effettiva nel breve termine, ma anche per l’accumulazione delle risorse di capitale, il progresso tecnico, l’espansione della capacità produttiva nel lungo periodo.
Dopo Keynes, i contributi di Harrod, Domar, Kaldor, Solow, seppure fra profonde differenze teoriche[3], sono sfociati nella riconduzione dello sviluppo a una triade di fattori, strettamente economici: Risorse, Efficienza, Innovazione (REI). Le analisi empiriche, in particolare nel filone neoclassico post-Solow, hanno confermato il rilievo del terzo elemento della triade, il progresso tecnico[4]. Queste analisi hanno tuttavia allentato il nesso fra accumulazione, innovazione e assetti socio-istituzionali del sistema. Una conseguenza è consistita nel trattare il progresso tecnico come “esogeno”. In alternativa, si è tentato di spiegarlo, ma – come nelle teorie della “crescita endogena” – ricorrendo a variabili pur esse d’ordine economico: “esternalità” positive rispetto alla singola impresa; capitale umano; nuova conoscenza; apprendimento; R&D e diffusione dei loro effetti; spesa pubblica produttiva; finanza[5].
Gli storici dell’economia hanno invece esteso la ricerca alle forze metaeconomiche influenti sullo sviluppo. Hanno preso le mosse dalla constatazione che dal Settecento, con la moderna economia di mercato capitalistica, la ricchezza costruita sul lavoro, non più frutto della guerra e dell’esproprio, si è non a caso affermata prima che altrove in Europa e nelle propaggini occidentali dell’Europa. Nel breve volgere di questi secoli un insieme di mutamenti culturali, istituzionali, politici avrebbe in Occidente espresso le idee, la tecnologia, le sollecitazioni a lavorare, risparmiare, investire, intraprendere[6].
Douglass North ha posto l’accento sulle Istituzioni[7]. Il principio di legalità, la tutela della proprietà privata, il rispetto volontario o per via giurisdizionale dei contratti, l’adempimento della responsabilità civile avrebbero costituito dagli albori dell’Ottocento i cardini della imprenditorialità, del libero mercato, della mobilità sociale. Per North, la Rivoluzione Industriale “venne resa possibile dall’accumulo delle conoscenze (…) e dall’emergere, nell’Europa Occidentale, di un insieme di diritti di proprietà che hanno incentivato la espansione economica”[8].
L’emergere delle istituzioni più consone al mercato ha tuttavia incontrato ostacoli. La crescita economica si è fatta rapida solo allorché quegli ostacoli sono stati rimossi. Secondo tale orientamento interpretativo i principali impedimenti sono stati frapposti dalla Politica: “Le grandi società pre-moderne sono state sempre governate e sfruttate da gruppi ristretti (…) Una qualche forma di controllo politico –‘lo stato’ – non è quasi mai mancata. Di rado, tuttavia, è risultata positiva e solo occasionalmente si è volta a esprimere, o a sostenere, il progresso economico”[9]. Gli interessi di pochi avrebbero a lungo negato al meccanismo del mercato di sprigionare la sua attitudine a spezzare la catena malthusiana che da millenni inchiodava il mondo alla povertà, a un reddito pro capite medio annuo sui 500 dollari di oggi[10].
Il “miracolo” della storia europea sarebbe allora consistito nel restringere l’arbitrio del potere politico e nel permettere al mercato di sfoggiare la propria magia produttivistica. Resta affidato, quel miracolo, alla eventualità che i governanti introducano e curino istituzioni orientate al mercato, vuoi perché costretti da gruppi sociali pro-mercato, vuoi perché convintisi che lo sviluppo economico è anche nel loro interesse. Secondo questo indirizzo storiografico la Rivoluzione Industriale inglese e la primazia economica poi conquistata dagli Stati Uniti avrebbero trovato fondamento nella Politica, nella democrazia (in Inghilterra dalla monarchia costituzionale del 1689, negli Stati Uniti dalla Costituzione del 1787)[11].
Un altro gruppo di storici ha ricercato nella Cultura la soluzione del mistero del progresso economico. Questi studiosi si sono ricollegati alla corrente del pensiero europeo che, diversamente da Marx, riconduceva l’agire umano ai valori, prima che alle condizioni materiali della società: Weber, Sombart, Troeltsch, Tawney[12]. Weber vedeva nella confessione religiosa protestante (calvinista soprattutto, ma anche pietista e quacchera) una delle matrici, non del capitalismo come modo di produzione, bensì dello “spirito capitalistico”: la volontà razionale di organizzare la propria vita in funzione del lavoro, della parsimonia, dell’intrapresa, quindi del guadagno[13].
David Landes nega che sarebbe sufficiente rimuovere gli ostacoli perché la crescita si autoalimenti, una volta liberate le forze del mercato. “La cultura può fare la differenza”, e le fonti culturali del progresso economico dell’Europa contemporanea sono per lui “la crescente autonomia dell’indagine intellettuale; (…) un metodo, cioè la creazione di un algoritmo per comprovare le ipotesi, riconosciuto, applicato, compreso al di là dei confini nazionali e culturali; l’invenzione della invenzione, la sistematicità della ricerca e della sua diffusione”. Da questa specifica cultura sarebbero scaturiti l’innovazione e il progresso tecnico, a cui è soprattutto ascrivibile l’innalzamento del reddito europeo attraverso la Rivoluzione Industriale d’Inghilterra[14].

* Traccia dell’intervento al Convegno “La mancata crescita italiana”, Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 4 maggio 2012.

Note

1.  Schumpeter, J.A., The Theory of Economic Development (1911), Harvard University Press, Cambridge, 1934, p. 63 e p. 66 e L’imprenditore e la storia dell’impresa. Scritti 1927-1949, a cura di Alfredo Salsano, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.

2.  Keynes, J.M., The General Theory of Employment Interest and Money, Macmillan, London, 1936.

3.  La più organica presentazione degli apporti su cui la moderna teoria della crescita economica si è fondata resta Hahn, F.H. – Matthews, R.C.O., The Theory of Economic Growth: A Survey, in Surveys of Economic Theory, Vol. II, Macmillan, London, 1965.

4.  Il risultato empirico è entrato nei libri di testo. Il manuale di Paul Samuelson propone stime che attribuiscono la crescita della produzione negli Stati Uniti fra il 1948 e il 2007 per il 39 per cento al progresso tecnico, rispetto a contributi del 34 per cento della quantità di capitale e del 27 per cento della quantità di lavoro (Samuelson, P.A. et al., Economia, XIX^ edizione, McGraw-Hill, Milano, 2010, pp. 614-615). Dai confronti econometrici fra i paesi che crescono più rapidamente e quelli che crescono meno rapidamente “risulta che il 58 per cento della variazione nei tassi di crescita è dovuto a differenze nella crescita della produttività, mentre il restante 42 per cento è invece imputabile alle differenze nella crescita dei fattori della produzione” (Weil, D.N. Crescita economica. Problemi, dati e metodi di analisi, Hoepli, Milano, 2007, p. 195).

5.  Cfr. Aghion, P. – Durlauf, S.N. (eds.), Handbook of Economic Growth, North-Holland, Amsterdam, 2005; Musu, I., Crescita economica, Il Mulino, Bologna, 2007.

6.  “La propensione/capacità a ‘dedicarsi alle attività produttive’, piuttosto che alla violenza e alla preghiera. La Rivoluzione industriale ha avuto luogo perché queste condizioni si sono realizzate come mai era avvenuto prima di allora, con maggiore pienezza e rapidità in Inghilterra”(Solow, R.M., Survival of the Richest? recensione al volume di G. Clark, A Farewell to Alms. A Brief Economic History of the World, in “The New York Review of Books”, n. 18, November 17, 2007).

7.  “La struttura degli incentivi, in una società, è espressa dalle istituzioni; le istituzioni politiche ed economiche sono quindi le determinanti ultime della performance delle economie” (North, D.C., Economic Performance through Time, in “American Economic Review”, 1994, p. 359).

8.  North, D. C., Structure and Change in Economic History, Norton, New York, 1981, p. 209.

9.  Jones, E.L., Growth Recurring. Economic Change in World History, Oxford University Press, Oxford, 1988, pp. xxvii-xxix.

10.  Maddison, A., L’economia mondiale dall’anno 1 al 2030, Pantarei, Milano, 2008, Tab. A.7., p. 435. In Asia, “nonostante grandi momenti creativi in tempi in cui l’Europa era ancora primitiva, le istituzioni dispotiche soffocarono la creatività o la volsero alla produzione di beni voluttuari” (Jones, E.L., Il miracolo europeo. Ambiente, economia e geopolitica nella storia europea e asiatica, Il Mulino, Bologna,1984, p. 306).

11.  Hill, C., Reformation to Industrial Revolution. A Social and Economic History of Britain 1530/1780, Weidenfeld & Nicolson, 1967; Beard, C.A., Economic Origins of Jeffersonian Democracy, Macmillan, New York, 1915; North, D.C. – Weingast, B., Constitutions and Commitment. Evolution of Institutions Governing Public Choice in Seventeenth Century England, in “Journal of Economic History”, 1989, pp. 803-832. La complessità e la variabilità dei legami fra democrazia e sviluppo economico sono tuttavia illustrate in Somaini, E., Geografia della democrazia, Il Mulino, Bologna, 2009.

12.  Weber, M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, (1904-05), Sansoni, Firenze, 1965; Sombart, W., Il capitalismo Moderno, (1916), UTET, Torino, 1967; Troeltsch, E., Il protestantesimo nella formazione del mondo moderno, La Nuova Italia, Venezia, 1929; Tawney, R.H., Religion and the Rise of Capitalism, Murray, London, 1926.

13.  Weber è lapidario circa un punto di metodo su cui le vulgate del suo pensiero spesso sorvolano: “Pazzamente dottrinaria (è la tesi che) mi è stata – è strano – ripetutamente attribuita secondo cui lo spirito capitalistico (…) sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma (…) Si deve porre in chiaro soltanto se e in che misura influenze religiose abbiano avuto parte nella formazione qualitativa e nella espansione quantitativa di quello spirito” (Weber, L’etica protestante cit., p. 162-163). Su Max Weber si veda B. Schefold, Marx, Sombart, Weber and the Debate about the Genesis of Modern Capitalism, Goethe Universitàt, Frankfurt 2011.

14.  Nel Settecento l’Inghilterra era la società europea “meglio attrezzata a perseguire il progresso materiale e l’arricchimento generale (…), attraverso la produzione di beni e di servizi” (Landes, D.S., The Wealth and Poverty of Nations. Why Some Are So Rich and Some So Poor, Little Brown, New York, 1998, pp. 31, 522, 201, 187, 217; si veda anche Winners and Losers. West and Rest, in Amatori, F. – Amendola, M. (a cura di), Le Momigliano Lectures 1997-2008, ICSIM, Terni, 2008).

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