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Alessandro Roselli: Financial Structures and Regulation. A Comparison of Crises in the UK, USA and Italy, Palgrave Macmillan, 2012 (pp XVIII-280)

di - 29 dicembre 2011
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Financial Structures and Regulation. A Comparison of Crises in the UK, USA and Italy, coverIl libro prende in considerazione il problema della stabilità bancaria e finanziaria da un punto di vista storico e istituzionale. Esso parte dalla premessa che l’instabilità appare intrinseca ai sistemi finanziari delle economie di mercato capitalistiche, ma si chiede se la probabilità e la profondità delle loro crisi siano influenzate dalla struttura dei sistemi stessi e dalle loro norme, istituzioni, stili di vigilanza.
La partizione del libro è uniforme. Si articola su tre periodi: interbellico (1920-1939), postbellico (1950-1980), recente (1980-2009); e, per ciascuno di essi, sui sistemi finanziari di tre paesi: Regno Unito, Stati Uniti, Italia. Per ciascun periodo, una breve analisi quantitativa comparata delle strutture finanziarie precede capitoli dedicati a una disamina istituzionale dei sistemi finanziari di ciascuno dei tre paesi, onde verificare come i fattori istituzionali abbiano inciso sulle strutture, o ne siano stati condizionati. Tali sistemi sono, storicamente, alquanto diversi nelle strutture e nelle istituzioni, anche se una crescente convergenza si riscontra negli anni recenti, particolarmente tra i primi due.
Il primo periodo, quello interbellico, è dominato dalla Grande Depressione; il secondo è quello dei decenni postbellici, talora definiti come “età aurea”, in termini di relativa stabilità e di crescita sostenuta; il periodo dagli anni Ottanta in avanti sfocia nella bolla finanziaria dei primi anni 2000, la quale esplode nel 2007-2008, con conseguenti crisi sistemiche e severi cali del prodotto.
Quali eventi, o fasi di profondi squilibri nei sistemi bancari emergono con particolare violenza e con significative conseguenze in termini di crisi bancarie, perdite a carico della mano pubblica e forti diminuzioni di prodotto? Nel periodo interbellico, le crisi sistemiche del financial supermarket negli S.U. e  della “banca mista” in Italia portarono a riforme che avrebbero a lungo caratterizzato i rispettivi sistemi, attraverso la separazione della banca di deposito da altre forme di intermediazione, che avrebbero più direttamente preso carico del finanziamento all’industria. Nel R.U., la banca mantenne la sua specializzazione nel credito a breve termine, soffrì meno intensamente di crisi sistemiche, ma forse failed the British industry, non sostenendone l’aggiornamento tecnico e lo sviluppo. Le più forti perdite bancarie si riscontrarono negli S.U., ma ancor più in Italia. In termini di prodotto e occupazione, il calo di gran lunga maggiore si ebbe negli S.U. Senza indagare connessioni causali, il libro osserva che – nonostante la Depressione, specialmente forte in America – la crescita cumulativa nel periodo interbellico fu più alta negli S.U. (e in Italia) che nel R.U.
I decenni successivi alla guerra vedono il consolidarsi dell’assetto istituzionale prebellico nei primi due paesi, mentre il R.U. abbandona la sua precedente “inerzia istituzionale” introducendo nel sistema elementi di concorrenza e iniziando a legiferare in maniera più organica. La internazionalizzazione crescente dell’attività bancaria è visibile negli S.U., ma particolarmente nella piazza di Londra. Nonostante si tenda progressivamente ad abbandonare la visione della banca come public utility specialmente negli S.U. e nel R.U., politiche interventiste, keynesiane contengono il potenziale destabilizzante degli episodi di crisi. Una visione pubblicistica resta salda in Italia, ove il sistema rimane largamente in mano pubblica e la vigilanza è stretta, “intrusiva”.
Largo spazio è dedicato al periodo “recente”, che vede l’ascesa della finanziarizzazione delle economie –particolarmente nel R.U. e negli S.U. – a livelli storicamente senza precedenti. Il periodo dagli anni Ottanta al 2009 (dove la “narrativa” del libro si interrompe) è troppo lungo per prestarsi a generalizzazioni. Allentamenti normativi, generati da considerazioni di efficienza e redditività degli intermediari in un contesto di liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolazioni su entrambi i lati dei bilanci degli intermediari, “arbitraggi regolatori” tra diverse categorie di intermediari e diverse aree geografiche, sembrano comunque costituire una nota prevalente. Ovunque si affermano, in forme diverse, modelli di “banca universale”. Ma la “buona causa” della spinta all’efficienza, al profitto, alla concorrenza, ha cessato d’essere tale, per trasformarsi in fattore di instabilità e di perdita di benessere collettivo. L’insostenibilità del debito privato, particolarmente delle famiglie, enfatizzata da forme di innovazione finanziaria, fa esplodere i bilanci degli intermediari. La crisi recente può essere vista come il risultato di una lunga fase di eccessiva auto-fiducia (sia delle banche sia delle autorità) nella capacità di autocorrezione del sistema finanziario. Donde, la necessità di ripensare le “regole del gioco”, poiché l’intervento della mano pubblica non è in grado di fornire ulteriore sostegno (il trasferimento del debito dal settore privato a quello pubblico è tra i fattori che generano la corrente crisi dei “sovrani”).
Mentre il costo della crisi bancaria deve ancora essere appieno valutato, finora perdite di prodotto sono emerse come particolarmente significative, e non dissimili da quelle della Grande Depressione interbellica, nel R.U. e in Italia. In quest’ultimo sistema, le difficoltà appaiono peraltro più legate a pre-esistenti fattori di carenze strutturali che a problemi del settore bancario, ove la vigilanza è restata intensa e intrusiva, nonostante, seguendo criteri internazionalmente definiti, essa si affidi in modo crescente a regole prudenziali piuttosto che alla discrezionalità del regolatore.
Il libro si chiude prospettando l’idea che, ove per la complessità e le dimensioni transnazionali degli intermediari, o per consolidata tradizione, una vigilanza discrezionale sia di ardua attuazione, possa essere opportuno introdurre forme di narrow banking, le quali isolerebbero la banca di deposito da altre forme di intermediazione.


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