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Il malfunzionamento della democrazia francese all’origine della mancanza di libertà economica.

di - 30 novembre 2011
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Nell’Economic Freedom of the World 2011, redatto sulla base dei dati del 2009, la posizione della Francia del 2010 è scesa dal 37° al 44° posto. Il punteggio di “4,72” per la voce “Dimensione del governo” pone la Francia al 105° posto. Alla luce del recente, repentino aumento della spesa centrale e del crescente debito pubblico, non vi è dubbio che la posizione della Francia nel Economic Freedom Index, il quale richiede due anni per la raccolta di tutti i dati, sarà molto peggiore nel 2013, soprattutto, e paradossalmente, in virtù delle recenti iniziative del governo che cercano di affrontare la “crisi del debito”.
Il pacchetto di austerità annunciato dal primo ministro François Fillon a fine agosto è infatti un buon indicatore della mancanza di serietà dei politici che dovrebbero riformare questo paese. Con un debito pubblico ufficiale dell’85% del PIL, un deficit di 95 miliardi di euro previsto per quest’anno, e un costo finanziario del debito che diventerà il primo punto del bilancio statale di quest’anno, il pacchetto di 12 miliardi di euro appare, nel suo ammontare, già irrisorio. Ma il fatto che, di quei 12 miliardi di euro di “risparmi di bilancio”, solo 1 miliardo si suppone riguardi tagli alla spesa reale, ci dà un senso di quanto appaia ironica l’espressione “risparmi di bilancio”: in questo caso si intende più tasse, che significa austerità per i contribuenti francesi, non certo per lo Stato francese.
In realtà, la trappola della retorica della “regola d’oro”, di moda anche in Spagna e qui in Italia, ha prodotto il suo effetto: nel concentrarsi esclusivamente sul “ritorno al pareggio di bilancio”, il governo ha distratto l’attenzione dalla questione, più cruciale, del ritorno al pareggio di bilancio mediante una seria riduzione della spesa pubblica. Infatti, la spesa pubblica francese (compresa la previdenza) rappresenta ormai quasi il 56% del PIL. La Germania, che ha uno stesso livello di servizi pubblici e di previdenza, le autostrade “gratuite”, e che ha dovuto affrontare i costi della sua riunificazione, ha una spesa pubblica che ammonta solo al 47% del PIL.
La Francia, come molti altri paesi, è in realtà una democrazia che funziona male, e questo, in gran parte, spiega la sua situazione attuale. Non è come la Grecia, naturalmente, ma forse non così lontana. Da un punto di vista sociologico, ci sono alcune somiglianze nel funzionamento delle politiche di entrambi i paesi. Eppure, si è ancora in tempo per evitare alla Francia una “fine come quella greca”, ma sono presenti molti ostacoli istituzionali nello stesso modello francese che sono all’origine dell’attuale condizione. Qualsiasi riforma seria dovrebbe anche affrontare i nodi strutturali del funzionamento (o, meglio, del malfunzionamento) della democrazia francese.

Un Parlamento al traino
Una delle istituzioni fondamentali della democrazia è il Parlamento. Nella storia della democrazia britannica, il Parlamento è stata la prima istituzione a vincolare il re in materia di spesa. Il suo ruolo fondamentale è quello di controllare, verificare, e limitare la spesa dell’amministrazione. I “rappresentanti della collettività” hanno la missione di fare in modo che il denaro dei contribuenti sia ben speso.
Purtroppo, in Francia il Parlamento non esercita il suo ruolo. Dalla Costituzione della Quinta Repubblica del generale De Gaulle del 1958, il regime è sostanzialmente presidenziale, con un governo che “risponde agli ordini” e un Parlamento che non svolge il suo compito democratico. Un Parlamento al traino, insomma. In sostanza, vengono discusse solo le nuove spese.
Al di là di questo profondo difetto strutturale della Costituzione stessa, il famoso “cumulo degli incarichi” (che significa la possibilità per un parlamentare di essere anche, allo stesso tempo, un sindaco, generale o consigliere regionale) ha due conseguenze pregiudizievoli per il funzionamento di una sana democrazia: in primo luogo, il non essere in grado di lavorare seriamente sui grandi problemi della nazione e di conseguenza l’incapacità di vedere dove potrebbero essere realizzati seri risparmi; in secondo luogo, essenzialmente il compiere attività di lobby in Parlamento in relazione ai mandati locali che i parlamentari hanno come sindaco, ecc. il che significa tentare ancora di più di attirare fondi alle circoscrizioni locali.
Eppure, almeno quattro diversi enti potrebbero aiutare a frenare la spesa pubblica.
Nel 1999 nella legge organica relativa alla legge delle finanze (LOLF) era prevista la creazione di un ente speciale sul modello dell’inglese National Audit Office: la Mission d’Évaluation et de Contrôle. Tuttavia, esso non ha mai realmente avuto alcun potere e ha presentato pochissimi rapporti. Nicolas Sarkozy ha dichiarato nel 2007 che una “Democrazia irreprensibile è una democrazia in cui il Parlamento controlla l’esecutivo e ha i mezzi per farlo”. Di conseguenza è stato aggiunto un nuovo articolo alla Costituzione ed è stato creato anche all’interno dell’Assemblea Nazionale un nuovo Comité d’Évaluation et de Contrôle de la Dépense Publique. In verità anch’esso ha agito molto timidamente, e soprattutto nulla ha detto su come tagliare la spesa pubblica nel bel mezzo di una crisi del debito.
Un altro ente che dovrebbe controllare il modo in cui viene speso il denaro dei contribuenti è la Commissione delle Finanze (Commission des Finances) dell’Assemblea Nazionale (Assemblée Nationale) e del Senato (Sénat). Tutti coloro che elaborano rapporti per questa Commissione, – che  sono parlamentari -, dovrebbero controllare ogni aspetto del bilancio della nazione. L’unico problema è che essi non esercitano le loro funzioni in maniera soddisfacente: i collaboratori (administrateurs) fanno il lavoro per loro, e purtroppo questi sono funzionari pubblici, cioè, appartengono all’amministrazione – e implicitamente la rappresentano -, quando in realtà essi ne dovrebbero essere indipendenti, dal momento che loro compito è esaminare criticamente la spesa dell’amministrazione per conto dei rappresentanti della collettività. Abbiamo così tre diversi enti, che hanno il potere di controllare l’amministrazione, ma né i mezzi – né, a quanto pare – la volontà.

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