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“100 + 50”: crescita e stabilità nell’economia dell’Italia unita

di - 4 ottobre 2011
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I – Gli italiani: da poveri a ricchi, per sempre?
1. Bisogna prendere le mosse … da Napoleone. Il Bonaparte piomba in Italia nel 1796. La conquista. Tassa e preleva. Ma unifica la penisola; fa infrastrutture; reprime il brigantaggio; promuove una pubblica amministrazione autoctona: Da un lato suona la sveglia a un popolo di maccaronai, come chiamava gli italiani. Dall’altro, con i Codici dà loro “leggi generali”, borghesi, in anticipo rispetto a una economia non ancora divenuta di mercato capitalistica. Giuseppe Bonaparte nel 1806 completa l’eversione giuridica della feudalità al Sud. Nell’Italia “francese”, dal 1801 al 1814 il Pil pro capite sale, del 10 per cento circa.
2. Ma con l’Italia ridivisa in 10 staterelli il trend di crescita si interrompe. Non solo Cavour, economista moderno, ma tutti i patrioti che avevano letto Smith e Ricardo ne comprendono la ragione: un’ Italia divisa sciupava commercio e vantaggi comparati, economie di scala, spesa pubblica. L’indipendenza dall’Austria, matrigna ottima amministratrice, era un ideale spirituale e civile ma anche di libertà economica. L’Unità, che l’Austria e il Papa impedivano, era una chiara opportunità di fuoruscita dalla arretratezza, dalla miseria. Ciro Menotti sacrifica la vita per l’indipendenza, ed era un imprenditore. Financo il primissimo Pio IX propone una lega doganale italica …
3. L’Italia del 1861 era miserrima, economicamente decaduta. Il suo reddito pro capite era ancora del 70 per cento superiore alla media mondiale: i resti dello splendore del Rinascimento! Ma era sceso a quasi 2/3 di quello del Quattrocento; era meno della metà di quello inglese, del 30 per cento inferiore alla media europea. Una famiglia su tre era sottonutrita; l’altezza media dei giovani di leva non superava 162 cm (173 in Inghilterra); la speranza di vita alla nascita era sui 30 anni (49 in Svezia); la stragrande maggioranza era analfabeta, gli studenti universitari non più di 6500; carestie, epidemie (tifo, colera), tumulti e saccheggi erano ricorrenti.
4. Stimiamo il prodotto pro capite dell’Italia unita nel 1861 in 1500 dollari (PPP) di oggi, 4 dollari al giorno. Erano 1500 dollari sia al Centro-nord sia al Sud, più o meno. La produttività del lavoro era identica, in media: un po’ più alta (10 per cento) nella agricoltura del meno densamente popolato Sud, un po’ più alta (10 per cento) nell’industria e nel terziario al Centro-nord.
5. Da allora a oggi si è compiuto un progresso straordinario, materiale e civile. Questo progresso, date le condizioni di partenza, trova rari eguali al mondo negli ultimi 150 anni. Si è fondato sul lavoro, che non a caso “fonda” l’Italia della Costituzione come repubblica democratica. Va sottolineato che sotto il suolo della Penisola non vi è nulla e sopra il suolo – per un terzo totalmente non coltivabile, improduttivo – assai poco. Il lavoro privato e pubblico – pensiamo a IRI ed ENI – ha saputo moltiplicare il reddito pro capite di ben 13 volte, da 1500 a 20000 dollari, per una popolazione quasi triplicata. Per confronto il reddito pro capite mondiale dal 1861 è cresciuto di 8 volte (da 800 dollari l’anno a 6500), quello dell’Europa occidentale di 10 volte: l’Italia ha staccato il Mondo e ha raggiunto l’Europa. La crescita è stata di 16 volte nel Centro-nord, da 1500 a 24000 dollari, davvero eccezionale. Ma è stata di 10 volte anche al Sud, da 1500 a 15000 dollari: nettamente superiore alla media mondiale, identica alla media europea. All’aumento del reddito si sono unite una condizione sanitaria sui picchi mondiali (81 anni di speranza di vita, e non solo), una sicurezza sociale invidiabile, una democrazia fra le più partecipate.
Quindi si può, si deve, non solo celebrare i 100 + 50, ma festeggiarli. L’Italia è uno dei paesi benestanti, fra i più ricchi al mondo.
6. Non c’era sostanziale divario territoriale di reddito pro capite, nel 1861 perché al Nord come nel Mezzogiorno erano tutti egualmente poveri, in una eguaglianza della miseria. Oggi, il reddito pro capite del Sud è il 60 per cento di quello del resto d’Italia. L’economia di mercato genera ed esalta le disparità. Il Pil pro capite del Mississipi, o dell’Utah, o del Montana è la metà di quelli del District of Columbia e del Connecticut. La disparità regionale italiana è sui livelli inglesi, francesi, belgi. Noi abbiamo il Sud, loro, rispettivamente, il North-east, il Midi, la Vallonia. Soprattutto, lo sviluppo economico del Sud d’Italia va considerato alla luce del suo basso potenziale nel 1861: lontananza, non solo fisica, dal cuore dell’Europa; analfabetismo all’80/90 per cento; nucleo di imprese industriali private molto ristretto; rispetto della legge ai minimi del vivere civile; brigantaggio. Il brigantaggio costò, secondo le mie stime, 20000 morti – tre volte i caduti nelle guerre di indipendenza – e il blocco totale dell’economia del Sud continentale per dieci anni. Vide giusto Stefano Jacini: “Mentre infieriva il brigantaggio nelle provincie meridionali, e vi mancava ogni sicurezza di persone e cose, come sarebbe stato ragionevole pretendere che quella parte d’Italia si dedicasse al progresso agrario?”
7. Nondimeno, se invece che nel 2011 avessimo celebrato il centocinquantenario … nel 1991, avremmo potuto festeggiare molto più lietamente. Dal 1992 la crescita ha dapprima rallentato, poi si è pressoché arrestata. Ciò che è più grave, si è inceppato il motore dello sviluppo: la produttività, il progresso tecnico, l’innovazione. Nell’ultimo decennio la produttività è addirittura diminuita in valore assoluto: con le stesse risorse, le imprese italiane producono meno di dieci anni fa! Ciò non era mai accaduto in una grande, industrializzata economia di mercato capitalistica. Per questo il Pil langue, l’occupazione è precaria, la finanza pubblica incorreggibile, i conti con l’estero passivi, la classe politica stralunata. Il benessere degli italiani è a un bivio: ricchi per sempre? Occorrono un “perché” e un “che fare?”, una analisi e una via d’uscita.
La storia permette di intravvederle.

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