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Un moderno oracolo di Delfi per i beni culturali: tempo di bilanci

di - 25 luglio 2011
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I paesi maggiormente all’avanguardia in materia di erogazioni liberali destinate a istituzioni museali sono senza alcun dubbio i paesi di cultura anglosassone, primi fra tutti Regno Unito e Stati Uniti. Qui le donazioni contano molto e consentono ai musei di realizzare al meglio la loro missione. Ma in che modo? In Inghilterra, se il museo appartiene alla Charities Aid Foundation, per i donatori è vigente un regime fiscale agevolato, esteso anche a elargizioni effettuate attraverso titoli o azioni. Inoltre è possibile donare oggetti o tutto quanto possa contribuire alle attività e alle iniziative dei musei, da opere d’arte fino a materiali per i servizi. Il museo, a sua volta, si fa carico di rendere trasparenti la destinazione del contributo privato e i vantaggi che ne derivano. A supporto della sensibilizzazione del pubblico si lanciano vere e proprie campagne pubblicitarie con messaggi del tipo: “Una donazione di 100 sterline rende possibile l’accesso libero ai piani della collezione a 2500 visitatori”. Donazioni che possono essere effettuate sul sito web del museo attraverso carta di credito o assegno, oppure attraverso una procedura messa a disposizione del visitatore all’ingresso.
I risultati sono brillanti. Nel caso di Musei come la National Gallery, i proventi dei privati costituiscono una risorsa insostituibile. Molte attività, soprattutto quelle espositive, sono rese possibili grazie all’apporto del corporate sector, dei trust, delle fondazioni private e di singoli individui. Soltanto nel periodo 2006-2007 la media annuale delle entrate si è attestata sui 14.7 milioni di sterline e le donazioni ricevute durante l’anno, escluse quelle relative alla capitalizzazione da acquisizione di opere, hanno raggiunto nel 2006-2007 i 5.4 milioni di sterline. Stesso discorso nel caso della Tate Gallery: per la vita e il mantenimento del museo è rilevatne l’apporto del privato attraverso lo strumento delle erogazioni liberali.
Negli Stati Uniti il Metropolitan Museum conta su una rete di 66 grandi donatori che versano annualmente più di 5 milioni di dollari. A ciò si aggiungano i contributi di circa 135000 “piccoli” donatori che arrivano a versare fino a un massimo di 500 dollari pro capite e che contribuiscono per il 69.5% al fondo donazioni del museo. Anche a Chicago un museo importante per la conservazione e valorizzazione di collezioni naturalistiche e antropologiche come il Field Museum gode di sottoscrizioni superiori ai 10 milioni di dollari. Fatto sta che in un contesto in cui le fondazioni filantropiche (Ford, Rockfeller, Carnegie, etc.) sono uno strumento di redistribuzione privata, l’identità personale si plasma attraverso sia la proprietà, sia attraverso le cose di cui ci si priva. Il dono è espressione della proprietà, non equivale a dissipare, anzi la proprietà non può essere piena senza la potestà di concederla. Probabilmente anche per la mancanza di un passato feudale gli americani sono stati eccezionalmente liberi di fare quello che volevano del loro denaro. La famiglia ha avuto meno importanza che in Europa e la ricchezza si è sottratta più facilmente al controllo esercitato entro le mura domestiche. Nel 1848 John Stuart Mill citando i “Travels in North America” di Charles Lyell così elogiava questo aspetto del modo di vivere americano:
Non solo è frequente che i ricchi capitalisti lascino una parte della loro fortuna in dotazione di istituzioni nazionali, ma le persone donano anche in vita generose somme di denaro per gli stessi scopi. Qui non ci sono né una legge che obblighi all’uguale ripartizione della proprietà fra i figli, come in Francia, né d’altra parte il costume del maggiorasco o primogenitura, come in Inghilterra, cosicché i ricchi si sentono liberi di dividere le loro sostanze fra i propri parenti e la comunità [1].
Sono quindi i fattori istituzionali in primis che incoraggiano o scoraggiano i comportamenti cosiddetti pro-sociali e in particolare, disincentivano o incentivano l’agire diverso da quello guidato da interesse monetario puro e da incentivi di prezzo. La logica del dono non ha corso se viene ostacolata da sistemi di regole che ne condizionano negativamente lo svolgimento. Il riferimento implicito di Stuart Mill era infatti a quegli istituti del Codice Napoleonico orientati fortemente verso la limitazione della potestà di testare dei singoli proprietari. Il Codice stabiliva infatti che il diritto di elargire denaro a estranei o parenti non direttamente discendenti fosse strettamente circoscritto. Si fissò così una riserva o percentuale delle proprietà complessive che non poteva essere regalata ma doveva passare ab intestato. Percentuale che variava secondo il numero e il tipo degli eredi viventi: metà della proprietà se non vi erano figli, tre quarti se i figli erano meno di quattro, quattro quinti se erano quattro e così via. Nel caso in cui le somme stabilite non fossero state disponibili, i doni testamentari erano cancellati e quelli inter vivos ridotti o restituiti.
Complessivamente a livello internazionale circa il 10% dei flussi di filantropia privata va alla cultura. In Italia, paese nel quale le risorse economiche per sostenere e sviluppare il patrimonio artistico e culturale sono limitate, appare decisivo puntare al contributo spontaneo dei privati per fa sì che donare non continui a rimanere una scelta residuale, venendo dopo altri settori come le organizzazioni religiose, la salute, l’istruzione e i servizi sociali. Nel mercato della beneficienza i donatori sembrano indirizzarsi maggiormente verso i settori che riguardano i bisogni personali fondamentali, piuttosto che alla produzione di beni collettivi come le arti e la conservazione dei beni culturali.

Note

1.  J. Stuart Mill, Principles of political economy, libro II, cap. 2, par. 5, in Collected works of J. Stuart Mill, Vol. II, Toronto, 1965, p. 226. Trad. it. Principi di economia politica, Torino, 1984.

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