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Addio Burma, o arrivederci?

di - 10 giugno 2011
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Conoscevo la capacità espressiva e la bravura di Marilù Gaetani, nelle sue testimonianze fotografiche sul Cammino di Santiago e sull’India. Quando Marilù mi ha chiesto di presentare Addio Burma. Un viaggio in Birmania – che nel frattempo avevo letto; perché si può leggere una fotografia, al pari di una pagina scritta – ho accettato con entusiasmo, per due ragioni ben precise: perchè nel 2002 avevo compiuto un viaggio in Birmania, rimanendone affascinato e perplesso; perchè per nove anni mi sono occupato di diritti umani fondamentali, come giudice costituzionale. L’impegno culturale, civile ed umano, ad approfondire questo tema mi è rimasto anche dopo e mi appassiona tuttora.
Di fronte alle novità, ai cambiamenti, alla globalizzazione e al post-globale, ai suoi aspetti positivi e negativi, sento – come molti – sempre di più il bisogno di guardare a qualcosa di immutabile, di fondamentale per tutti e in tutte le situazioni. Il bisogno di guardare – nell’incertezza del presente e del futuro – a una serie di valori, fra i quali vi è il DNA della nostra identità di uomini e donne: i diritti fondamentali e la dignità umana, come punto di riferimento costante e immutabile dell’esperienza umana.
Sotto questo aspetto, la Birmania è emblematica. È una terra tanto splendida per la natura, la spiritualità, la religiosità, la serenità; quanto drammatica per le condizioni di povertà, di pressoché totale disprezzo dei diritti umani, di vera e propria schiavitù. Penso al lavoro forzato, eufemisticamente definito “volontario” dalla Giunta militare che da venti anni governa il paese con il pugno di ferro, dopo che venne azzerato nel 1990 il risultato delle elezioni libere con cui avrebbe dovuto concludersi il precedente trentennio di dittatura militare.

Andai in Birmania nel 2002. Festeggiammo con mia moglie e alcuni amici il Capodanno europeo al freddo di Pindaya, visitando la grotta degli 8000 Budda, in un viaggio organizzato nel consueto quadrilatero: Yangoon, Mandalay, Bagan e il lago Jnle. Il governo aveva da poco riaperto le frontiere ai viaggi turistici, inaugurando la stagione del benvenuto: sia per acquisire valuta pregiata; sia per presentare all’esterno un’immagine rassicurante del paese.
Era forte la spinta a vedere quello che – dalle descrizioni dei pochi che vi erano stati e dalle immagini – sembrava un vero e proprio paradiso terrestre, ben diverso dalla confinante Thailandia, che in poco tempo si era trasformata in una Disneyland di pessimo gusto (se non peggio, quando si pensa al turismo del sesso e della pedofilia). Ad andarvi presto, prima che il virus della globalizzazione corrompesse anche quella terra, rendendola uguale agli altri paradisi artificiali del turismo collettivo.
Tuttavia, era una spinta controbilanciata da quanto si sapeva sulle condizioni di dittatura della Birmania: la repressione sanguinosa del 1988, che aveva provocato migliaia di vittime fra i dimostranti pacifici e disarmati; l’annullamento delle elezioni del 1990; il ripristino della dittatura, con l’arresto dell’emblema dell’indipendenza birmana, Aung San Suu Kyi (figlia del protagonista e padre di quella indipendenza), vincitrice a grande maggioranza di quelle elezioni. Essa venne messa da allora agli arresti domiciliari a Yangoon, sino al 13 novembre scorso; ma ricevette il premio Nobel per la pace nel 1991, «per la sua lotta non violenta in favore della democrazia e dei diritti umani…uno degli esempi più straordinari di coraggio civile in Asia degli ultimi decenni» (così la motivazione).
Rimasi affascinato dalla bellezza del paese. Cercai di tranquillizzare la mia coscienza parlando con il nostro ambasciatore e con alcuni funzionari delle Nazioni Unite, che egli mi aveva fatto incontrare, per documentarmi in qualche modo sulle condizioni reali della Birmania; per affiancare al piacere del turismo il pretesto (che non era solo tale) della conoscenza e della documentazione.
Il clima di repressione si respirava come un odore dolciastro, un’atmosfera incombente e subdola: niente telefonini; qualche cauto commento della guida, di fronte ai nostri facili entusiasmi e al fatto di non vedere quelli che siamo abituati a considerare i segni distintivi della dittatura e dell’oppressione: i soldati agli angoli delle strade, nelle città. Soprattutto, tanta povertà, estremamente dignitosa, e rassegnazione: quella che si coglie nei volti degli anziani, dalle splendide fotografie di Marilù, accanto alla luminosità, alla speranza e alla gioia dei volti dei giovani, ed accanto alla serenità dei volti dei bonzi.
Percepivo un sottile disagio. Mi ritornavano in mente l’invito di Aung San Suu Kyi a boicottare non tanto il viaggio in Birmania di per sé, quanto l’adesione alle iniziative turistiche governative; il suo ammonimento a renderci conto che quelle belle strutture (strade, alberghi) erano state realizzate con la sofferenza del popolo birmano; il suo invito ai turisti «a non voler comperare il proprio piacere a spese della gente comune» ed a non limitarsi a venire in Birmania per soddisfare una vanità o curiosità personale.
In effetti, la Giunta militare ha investito parecchio nel turismo. I turisti, come gli investimenti stranieri e gli scambi commerciali (penso ad esempio al commercio del teak), sono accolti a braccia aperte. Tuttavia, dei benefici conseguenti hanno goduto soltanto pochi ricchi e potenti; mentre per i sudditi – costretti al lavoro “volontario” per preparare l’accoglienza e farvi fronte – non è cambiato nulla in meglio. La Birmania è rimasta uno dei paesi più poveri dell’Asia, prima soltanto dell’Afghanistan.

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