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La dimensione europea della disciplina ambientale

di - 20 maggio 2011
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Trascrizione dell’intervento orale svolto in occasione della Tavola Rotonda del 3 febbraio 2011 organizzata per il Master in Diritto dell’Ambiente dell’Università La Sapienza sul tema “La questione ambientale”

Che il problema della tutela dell’ambiente sia quello di una presunta incontrollabilità dell’economia capitalistica, che ci porta verso punti di arrivo incontrollati a prescindere da ogni valutazione, sembra una considerazione non condivisibile. Perché, in verità, l’economia capitalistica ha sviluppato meccanismi di regolazione del mercato che producono invece effetti consistenti. Pensiamo al sistema, più o meno funzionante, che nasce negli Usa e arriva in ritardo in Europa e in Italia: il sistema della Autorità di regolazione. Esse regolano l’economia, intervengono con una decisione su un aspetto tecnico e regolano il mercato. Il problema non è dunque l’incontrollabilità totale dell’economia capitalistica di mercato: il sistema conosce sistemi di regolazione interni alla logica di mercato, che non ne negano la logica di crescita.

Il punto cruciale è che nel mondo ci sono miliardi di persone che devono ancora attingere a soglie di minima sussistenza. È alla domanda su come permettere la crescita di queste aree del mondo che dobbiamo rispondere, mentre per il mondo occidentale rinunciare a un po’ di crescita per l’ambiente non sembra impossibile. Forse abbiamo, infatti, la ricchezza e la cultura per farlo. Si faccia l’esempio della domenica a piedi. Nel ’73 era vista come un atto di sconcertante limitazione, interruzione di una fase di sviluppo continuo. Oggi, invece, è accettata e perfino gradita dai più. Significa, allora, che nel mondo occidentale un certo bargain tra riduzione della crescita e aumento della tutela ambientale è accettato. Il problema di un’eventuale decrescita non siamo noi occidentali, ormai ricchi, se non satolli, ma è per le economie emergenti, come la Cina, l’India, la Nigeria, il Messico etc … Come si fa a far accettare loro l’idea di non crescere? Come si fa a dialogare con le economie emergenti, per proporre, suggerire loro, affinché siano applicati i principi minimi di calcolo di uno sviluppo sostenibile. Noi possiamo anche applicarli agevolmente, ma, per esempio, l’India? Come riescono a produrre macchine a costi bassissimi? Non si spiega solo con la maggiore bravura o con l’esiguità del costo del lavoro. Si spiega anche con il fatto che i loro costi ambientali non sono introitati nel valore del bene.

Due riflessioni in apicibus, che discendono da queste considerazioni svolte in materia economica. Oramai la disciplina ambientale è disciplina europea. L’ultima modifica al Codice dell’ambiente, D.L.vo n. 205 del 2010, è “Disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98 del Parlamento e del Consiglio relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive”. Dunque, è palese, come si tratti, in questo e in altri numerosi casi, di attuazione di direttive comunitarie, su equilibri delicatissimi a livello nazionale, quali quello della gestione dei rifiuti a livello nazionale.

Ciò significa che i 27 Stati europei e i circa 500 milioni di persone che vivono in Europa, nel principale settore della disciplina ambientale, utilizzano lo stesso diritto, lo stesso sistema di regole che sono prodotte a livello europeo e che vengono recepite, con maggiore o minore ampiezza, a livello nazionale. Tant’è che per entrare in Europa occorre uniformare gli ordinamenti nazionali all’acquis communautaire, l’insieme di regole che insieme utilizziamo. Le procedure di infrazione sono sulla mancata corretta ricezione e attuazione delle direttive. Perciò anche in materia ambientale occorre cominciare a ragionare nei termini di un sistema di 500 milioni di persone, non di 50 milioni. Il mercato della disciplina ambientale e le economie di scala riguardano 500 milioni di persone. Cambia completamente l’ottica: se i rifiuti si possono portar fuori, è indifferente che si portino fuori dalla Provincia o dallo Stato. Oppure, se sono smaltiti da una impresa non in loco, è indifferente che li smaltisca una impresa tedesca, spagnola o altro.

Inoltre, ci avviamo sempre più verso un nuovo modello federale. Oggi l’Europa è il nuovo interessante modello federale. Noi conosciamo tre grandi modelli di federalismo: i) Il federalismo post-coloniale, cioè i grandi Stati che rompono con l’esperienza coloniale e le elites bianche locali che si organizzano (Canada, U.S.A., Messico, Argentina etc…); ii) Il federalismo come strumento per risolvere conflitti, in cui si adotta il modello federale per risolvere i conflitti etnici, religiosi, linguistici, culturali (Cipro, Sri Lanka); intermedi rispetto a questi modelli sono India e Nigeria, pur sempre post-coloniali, ma della metà del XX secolo; iii) L’Europa è il grande terreno di sperimentazione del federalismo e l’ambiente è uno dei terreni su cui più fortemente si fa questa verifica, proprio perché l’ambiente è uno dei temi su cui maggiormente le discipline non sono statali, ma di derivazione.

Allora, il diritto ambientale ci pone di fronte a due grandi temi. In primis va tenuto presente l’impatto con le economie dei Paesi emergenti. In secondo luogo, va tenuta presente l’esistenza di una problematica di riferimento che non è più una problematica di livello nazionale, ma di livello europeo.


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