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Infrastrutture fra Governo e Proprietà

di - 26 marzo 2011
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Disciplinare la proprietà delle reti o dettare le regole entro cui giocare la partita dello sviluppo?

Il tema della proprietà dei soggetti concessionari (o comunque gestori) di pubblici servizi, della loro forma di organizzazione e del regime ad essi applicabile, torna a far parlare di sé con riferimento al quesito referendario “sull’acqua pubblica” dell’ormai prossimo 12 giugno.
Vi si raccolgono questioni specifiche del servizio collegato alla risorsa idrica, che poi si riverberano su aspetti più ampi come la tutela ambientale, e di portata assolutamente generale, come il dilemma infrastrutturale. Il loro intrinseco collegamento, tuttavia, è tale da non consentire un approccio parcellizzato, per via delle ripercussioni che ciascuna sfaccettatura importa all’altra.
Più ancora, si versa in un terreno nel quale sembra non esistere una soluzione tecnica, oggettivamente ed assolutamente preferibile alle altre, bensì solo soluzioni esposte alla classica problematica dei vincoli e delle condizioni che derivano da congiunture allogene, se non esogene.
Quale che sia il tipo di servizio che si voglia prendere in considerazione, esso si fonda, infatti, invariabilmente su un elemento materiale – l’infrastruttura necessaria per la sua erogazione – ed uno immateriale, il titolo giuridico in base al quale spetta ad un soggetto e non ad altri provvedere all’erogazione di quel servizio.
Ma se è certamente vero che lo sviluppo infrastrutturale costituisce la spina dorsale di qualunque sistema economico, è altrettanto innegabile che a tale sviluppo debbano essere associati ingenti investimenti, ossia risorse finanziarie e capitali di dotazione in quantità. La congiuntura economica, a livello globale ed a maggior ragione nazionale, versa – non da oggi – in situazione di difficoltà, che determina un’oggettiva limitazione alla capacità dei sotto–sistemi economici (senza distinzione fra comparto pubblico, industria privata ed economia familiare) e la conseguente necessità di selezionare gli interventi in sede di allocazione delle risorse.
Così, per esser chiari, tra esigenze culturali, infrastrutturali, difensive, ambientali etc. (questo elenco – del tutto parziale – non è anche partigiano, e non esprime alcuna opinione in tema di priorità) i “pochi” soldi disponibili non possono che essere ripartiti secondo criteri di necessità e preferenza la cui indicazione esprime forse il più puro significato dell’azione “politica”.
La determinazione politica deve anzi spingersi a considerare l’intero viluppo della dinamica operativa: quale settore privilegiare, in quale forma organizzarlo, quali obiettivi assegnargli prioritariamente. Perché anche all’interno di una scelta prioritaria data e di un assetto organizzativo prescelto sono possibili graduazioni di intervento che spetta alla politica disciplinare, compiendo così un’azione di governance del sistema: massimizzare la spinta allo sviluppo della rete (quindi gli investimenti, le ricadute occupazionali, i ritorni a medio-lungo termine) o verso l’efficienza della gestione (quindi controllo dei costi, accettazione sostanziale dello status quo infrastrutturale, prevedibili ricadute ambientali e tecnologiche) sono i due poli estremi del dilemma, lungo il quale ci si può posizionare (quasi) liberamente.
E a sua volta non è neutra la scelta del modello organizzativo, sia essa un prius o una derivata dell’indirizzo adottato in punto di obiettivi. Assegnare al soggetto gestore la responsabilità dello sviluppo impiantistico vincolandolo ad una politica tariffaria molto attenta alle istanze sociali può non essere compatibile con l’organizzazione in forma lucrativa dello stesso soggetto gestore; o – se si vuole – societarizzare i concessionari di pubblici servizi e magari aprire il loro capitale al “privato” significa adottare schemi operativi dai quali discendono precisi vincoli in materia di efficacia ed efficienza (= economicità) delle gestioni, ma anche di direzione della spinta che si va ad imprimere al tessuto economico-sociale. Proprio quei vincoli la cui esistenza ha indotto a credere nell’applicazione di quello specifico modello.
Ai fini di questo discorso è relativamente ininfluente quale ordine prioritario venga assegnato agli interventi: basterà che si tenga conto del fatto che esiste una gerarchia e che essa determina conseguenze e vincoli anche in forma indiretta. E se viene assegnata preferenza per la modernizzazione del sistema scolastico, in un sistema di risorse scarse non si può poi strepitare per le carenze che affliggono i trasporti; allo stesso modo, se si ritiene che la proprietà, meglio la responsabilità per la conduzione delle infrastrutture debba essere in mano pubblica, bisognerà anche accettare che la stessa mano si faccia carico degli oneri di gestione e degli investimenti, sia aumentando il ricorso al deficit che accrescendo la pressione fiscale. E così via.
A fare diversamente, non si riesce. E si deve intervenire di continuo, al livello legislativo, regolamentare, giurisprudenziale, a puntellare un edificio che non dispone di una statica sua.
La proiezione nell’economia di mercato del comparto dei servizi pubblici e l’intento di alleggerire la finanza pubblica dai risultati della loro gestione, magari anche monetizzando il loro avviamento (quindi gli si riconosce natura commerciale) e pretendendo di moralizzarne il governo, sono scelte, che si possono condividere o meno, rispetto alle quali tutto un insieme di regole dev’essere considerato e reso coerente.

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