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Il territorio statale tra dimensione nazionale e sovranazionale

di - 3 marzo 2011
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E’ opinione comune tra gli intellettuali e gli studiosi che il territorio dello Stato sia destinato a perdersi e a confondersi nello spazio giuridico globale. Del resto, gli Stati-nazione, secondo costoro, mal si adattano strutturalmente all’integrazione economica mondiale[1]. La fine degli Stati nazione, dunque, coinciderebbe con la fine dei territori nazionali[2].
Questa tesi maggioritaria, che ha spiegato molte delle trasformazioni politiche nazionali e sovra-nazionali degli ultimi venti anni, non tiene conto però della complessità di fenomeni più recenti e appartenenti all’epoca della globalizzazione più matura, che, al pari di ogni altra entità che ha la pretesa di governare i fenomeni politici, richiede un radicamento nel territorio nel quale opera per sopravvivere. È così sempre più evidente una maggiore connessione tra spazi sovra-nazionali da una parte e territori nazionali  e locali dall’altra.
Il territorio, pertanto, continua a essere il perno delle istituzioni, qualunque sia la loro natura e conseguentemente il territorio nazionale continua a ricoprire un ruolo centrale, sebbene abbia subìto una serie di evidenti trasfigurazioni, causate dalle rilevanti vicende politiche ed economiche degli ultimi decenni [3]. La differenza, dunque, risiede nella funzione svolta dal territorio nazionale. Mentre nel Novecento esso identificava uno spazio ben delineato, un limite invalicabile da opporre agli altri Stati, ora invece, con la progressiva evoluzione della globalizzazione, che ha reso le frontiere permeabili, rappresenta piuttosto una commistione tra rappresentanza di spazi economici trasnazionali e istituzioni locali. Le trasformazioni del territorio nazionale e locale sono il risultato di un processo recente chiamato “glocalization”[4]. Quest’ultima ha impresso un’accelerazione ad alcuni fenomeni interni di trasformazione territoriale e istituzionale, favorendo politiche di decentramento e di federalismo, che adattano il territorio nazionale all’economia globale[5]. Questa commistione tra sovra-nazionale e locale è tanto più chiara se si pensa ai comuni processi di regionalizzazione[6], in cui è coinvolta gran parte delle democrazie occidentali, persino quelle tradizionalmente a vocazione unitaria come la Francia; processi favoriti, per quanto riguarda i Paesi europei, da politiche comunitarie che hanno spinto verso un indebolimento del potere statale unitario[7]. L’Unione europea ha contribuito allo sviluppo di questo fenomeno anche attraverso l’adozione di politiche di finanziamento delle Regioni di confine tra due o più Stati (cross-border regions o trasfrontaliere) allo scopo sia di conferire loro poteri superiori a quelli previsti nei propri stati di appartenenza, favorendo così una forte autonomia e una capacità di amministrazione e decisione politica proprie, sia di trasformare tali Regioni in territori omogenei dal punto di vista geografico ed economico, in modo da creare nuovi spazi, meno legati alla sovranità statale e più vicini ai “natural economic territories”, che prescindono dai confini nazionali[8]. In questo modo, si costituiscono sui territori statali istituzioni e governance, che non sono più direttamente dipendenti dal diritto nazionale, con il quale anzi spesso entrano in contrasto rivendicando maggiori poteri, ma che intrattengono rapporti stretti di natura amministrativa ed economica con l’Unione europea, che le finanzia.
Questo perché se da una parte i mercati mondiali sono orientati al superamento delle barriere spaziali per ottenere aree sempre più omogenee e indifferenziate e più semplici da governare su larga scala; dall’altra parte gli stessi capitali internazionali hanno bisogno di un’organizzazione territoriale e istituzionale che possa dominare lo spazio e garantire una migliore allocazione delle risorse[9]. Se per un verso si assiste, dunque, a un’espansione dei mercati globali, dall’altro si nota una sempre maggiore concentrazione dell’attività economica e finanziaria in alcune grandi città, che, pur appartenendo a Stati nazionali, godono di particolari statuti normativi più conformi ai modelli flessibili della finanza mondiale. I due fenomeni non sono in contraddizione tra di loro, per cui il superamento delle frontiere nazionali, necessario per la libera circolazione dei capitali globali, richiede anche una regolazione dei mercati a livello locale[10].
Questa lettura dei processi di rimodulazione dello spazio politico mondiale impone agli Stati di tornare a occuparsi del territorio nazionale e di intervenire sia per evitare una perdita totale della propria sovranità, sia per disciplinare processi che richiedono soluzioni efficaci a nuovi problemi. Gli Stati devono trovare soluzioni anche locali ai fenomeni delle migrazioni e concentrazioni di lavoratori in alcune parti del mondo, cui si può rispondere ad esempio mediante il conferimento della cittadinanza, basato su un nuovo modo di intendere lo ius soli, nel quale il territorio non è più visto solo come luogo dove si nasce, ma anche come quello cui si appartiene, perché è quello in cui si produce, si vive e si chiede perciò la partecipazione attiva alle decisioni politiche. Da ciò si evince che esiste ormai un modo diverso di intendere il territorio statale, che non è più semplicemente l’oggetto sul quale lo Stato esercita un suo diritto reale, non è un dominio dello Stato, né l’ambito entro il quale lo Stato esercita la sua sovranità, come lo definivano i pensatori dei primi del Novecento. Non può più essere considerato una categoria a sé, ma costituisce piuttosto la parte di un binomio in cui l’altro elemento è costituito dal popolo che vi risiede, perché solo se è visto in questa nuova prospettiva duale si spiega l’importanza del territorio come un fattore d’integrazione e d’identità culturale nazionale e si comprende la sua importanza per il processo di formazione di un’identità sociale e civile di una Nazione.

Note

1.  J. Habermas, Die postnationale Konstellation : politische Essays, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1998.

2.  B. Badie, La fin des territoires. Essais sur le désordre international et sur l’utilité sociale du respect, Paris, Fayard,1995.

3.  E’ dello stesso avviso J. Hickman, The new territorial imperative, in Comparative Strategy, 2010, 405 il quale sostiene: “The prophesied decline of the sovereign territorial state did not occur. In the 1990s, constructivist international relations specialists joined postmodern political geographers theorizing about globalisation in anticipating a brave new effectively borderless world in the which the sovereign territorial state would fade from the scene, supplanted by a variety of non-State entities, including multinational corporations, transnational networks, and separatist movements…. Today, ( however,) the sovereign territorial state is in robust health and control of territory is as valuable as ever. Neither the sovereign state nor its arguably hardwired territorial imperative has been transcended in international affairs.”

4.  E. SWYNGEDOUW, The mammon quest: “glocalization”, interspatial competition and the monetary order The construction of new scales, in M. DUNFORD, G. KAFKALAS (a cura di), Cities and Regions in the New Europe, Belhaven Press, New York, 1992, 39-67.

5.  N. BRENNER, Globalization as reterritorialization: the re-scaling of urban governance in Europe, in Urban Studies, 1999, 431-451; Per quanto ci riguarda più da vicino, in Italia le politiche di trasformazione territoriali imposte dall’Europa hanno creato istituzioni più vicine ad un modello policentrico che a forme di decentramento classico, così F GOVERNA; C SALONE, Italy and European Spatial Policies: Polycentrism, Urban Networks and Local Innovation Practices, in European Planning Studies, 2005, 265-283.
Sui fenomeni di trasformazione del territorio statale si vedano anche A. DI MARTINO, Il territorio: dallo Stato-nazione alla globalizzazione. Sfide e prospettive dello Stato costituzionale aperto, Milano, Giuffrè, 2010 e L. RONCHETTI, Il nomos infranto: globalizzazione e costituzioni. Il limite come principio essenziale degli ordinamenti giuridici, Napoli, Jovene, 2007 e, si consenta, anche I. CIOLLI, Il territorio rappresentato, Napoli, Jovene, 2010.

6.  M KEATING, The invention of Region: policy restructuring and territorial government in Western Europe, in N. Brenner, B. Jessop, M Jones, G Macleod (a cura di), State/Space, Londra, Blacwell, 2003, 256-277.

7.  M. Perkmann, Construction of New Territorial Scales: A Framework and Case Study of the EUREGIO Cross-border Region, in Regional Studies, 2007, 253–266 e ID., Cross-Border Regions in Europe: significance and drivers of regional Cross-border cooperation, in European urban and regional studies, 2003, 153-171

8.  Tali entità territoriali sono definite anche “sub-regional economics zones” e sono porzioni di territorio nelle quali i commerci, gli investimenti e la tecnologia fluiscono tra località o territori contigui di più Stati. Così A. A. Jordan, J. Khanna, Economic interdependence and challenges to the nation-state: the emergence of natural economic territories in the Asia-Pacific. (Transcending National Boundaries), in Journal of International Affairs, 1995, 433-462. “Natural” deve essere intesa come “non istituzionale”, come l’ha definita da R. A. Scalapino, A Tale of three systems, in Journal of Democracy, 1997, 150-55.

9.  “Cities territorialise capital thoght their agglomeration af relatively and immobile infrastructures such as transport systems, energy supplies, communications networks, etc.” N. BRENNER, Globalisation and re-territorialisation: the rescaling of urban governance in Europe, in Urban Studies, 1999, 433.

10.  S. SASSEN, The Global City: New York, London, Tokyo, Princeton, Princeton University Press, 1991, trad. it. Le città nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 2004, N. BRENNER, Global cities, glocal states: global city formation and state territorial restructuring in contemporary Europe, in Review of International Political Economy, 1998, 1–37.

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