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Anatomia della pólis

di - 18 novembre 2010
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Nascita della città-stato nella Grecia antica, incarnazioni e irradiazioni del concetto di pólis. Il processo è complesso e si è realizzato in modo tale da rendere i caratteri della pólis profondamente radicati nelle categorie della politica moderna. In questa prospettiva è opportuno attenersi a una concezione aperta di pólis. Esiste una struttura fondamentale. Le città-stato rappresentano il primo esempio di democrazia e quasi unanimemente si riconosce che il regime instaurato attraverso tali istituzioni non abbia precedenti. Per aver creato un’etica del dialogo, un contesto comunitario nuovo costruito fisicamente intorno a un punto di riferimento comune e condiviso democraticamente da tutti, la città antica è l’agorá, la piazza dove si dibattono i problemi di interesse generale. Non vi sono quindi sostanzialmente dubbi di sorta sul dato che a partire da qui e attraverso molteplici vie hanno preso forma per sviluppi successivi,  configurazioni istituzionali e principi coerenti o assai prossimi alla matrice greca. Il modello politico standard di democrazia deriva infatti le proprie caratteristiche salienti da un sistema di regole in cui  – sebbene i grandi consigli che deliberavano sulle questioni strategiche fossero dominati da famiglie aristocratiche – a ogni cittadino ricco, patrizio o povero che fosse,  nell’assemblea generale veniva riconosciuta la titolarità del diritto di parola. In altri termini: realizzazione di una forma embrionale di logica della persuasione non disgiunta persino da una nuova dimensione della testualità. Da privilegio degli scribi di palazzo, trasformata in sfera di dominio pubblico, perde la funzione circoscritta alla registrazione di contabilità e viene impiegata per trascrivere leggi religiose e politiche rese accessibili a tutti. A ben guardare non senza talune ineludibili contraddizioni.
Circa la metà della popolazione di un centro come Atene era formato da schiavi – considerati di proprietà dei cittadini che mediavano ogni loro rapporto con lo stato – e agli stranieri residenti non veniva riconosciuto lo status di cittadini. Ciononostante gli schiavi ricoprivano un ruolo fondamentale nella polity ateniese visto che con il lavoro permettevano ai cittadini loro padroni di partecipare alla vita politica. Di conseguenza i regimi dell’antica Grecia sono classificabili tra gli antenati della democrazia moderna, ferme restando le opportune distinzioni. Se infatti l’attenzione si concentra sui maschi adulti che godevano del titolo di cittadini, è chiaro che i greci assumano la veste di inventori della democrazia. Ma se viene considerata l’intera popolazione compresa nella giurisdizione statale (donne, bambini, schiavi e stranieri residenti) tale ruolo di inventori non può essergli ascritto[1].
Al di là del problema delle numerose controversie interpretative poste da questa sorta di fisionomia scissa, una prima idea di pólis inizia ad affiorare già in Omero, come contrapposizione tra stato civile e stato selvaggio. Il libro XVII dell’Iliade dedicato allo scudo forgiato da Efesto, riporta la descrizione delle scene scolpite sullo scudo di Achille: una città pacifica e una città guerriera, con nozze, feste e ordinamenti giudiziari nella prima, assedi e imboscate nell’altra.
Nel mondo greco però, la fase in cui si forma e si consolida compiutamente il modello di civilizzazione urbana va dall’800 al 500 a.C. Lungo questo crinale cronologico un numero crescente di cittadini vede ampliarsi notevolmente la propria sfera politica. Le comunità acquisiscono un crescente sentimento di identità e solidarietà fino all’introduzione delle “costituzioni”. Sembra che il primo sistema politico democratico sia sorto a Chio, a metà del sesto secolo. Ma è Atene, insieme a tutta l’influenza territoriale e culturale che è in grado di esercitare, a posizionarsi al culmine dello sviluppo della pólis.
I suoi ideali sono narrati in modo singolarmente dettagliato nella “Guerra del Peloponneso” di Tucidide nella famosa orazione funebre di Pericle. Lo statista greco recita un discorso, meglio noto come “Epitaffio”, in cui si parla di una comunità in cui tutti i cittadini potrebbero e in realtà dovrebbero partecipare alla creazione e al mantenimento della vita comune in cui il pubblico e il privato sono intrecciati e la tolleranza è essenziale. Gli individui si considerano pienamente realizzati e degni di vita onorevole solo come membri della pólis. Una vita piena e buona, spiega Tucidide attraverso Pericle, può svolgersi soltanto al suo interno. In essa il cittadino ha diritti e obblighi legati alla sua posizione. L’ordinamento cittadino, a sua volta, è il veicolo migliore per offrirgli il pieno riconoscimento.
La stessa attività di governo si basa su discussioni libere e non limitate, garantite dalla isegoria, l’eguale diritto di parlare nell’assemblea sovrana. Le decisioni e le leggi si fondano, continua Tucidide, sulla persuasione e non semplicemente, sul costume, l’abitudine e la brutalità.
Di questa caratteristica dialogica della democrazia, Platone ne fornirà la giustificazione metafisica nel “Protagora”. Tutti i cittadini pretendono di saper giudicare e discutere le questioni politiche: come mai? Alla domanda radicale di Socrate, il sofista Protagora risponde con un mito, o meglio con una vera e propria favola, che mira a mostrare come l’arte della politica (téchne politiké) appartenga a tutti gli uomini per divina decisione. L’ordine politico realizza la natura profonda dell’uomo. Quello zòon politikòn – descritto da Aristotele nella “Politica”- portato per natura a vivere in una comunità civile in quanto unico, tra tutti gli esseri, ad avere la parola e il solo in grado di distinguere bene e male.
Pur se dialetticamente e a fasi alterne, è a partire da tali voci che tutto il discorso sulla pólis arriverà a “tenere impegnata” e “segnare” la modernità occidentale. Il medioevo non produrrà un’ampia riflessione sulla natura della comunità politica sulle basi delle suggestioni del pensiero politico e dell’impianto istituzionale del mondo classico. La visione del mondo cristiana rigetta radicalmente la concezione greca dell’uomo – tale perché educato a vivere nella pólis, incarnazione del bene politico – in nome dell’idea che il bene vero consista nella sottomissione alla volontà di dio. Ma immediatamente dopo, già a partire dal basso medioevo, si mettono in moto diverse tradizioni testuali, spesso antagoniste, che segnalano l’inizio di un rinnovato interesse per l’idea di pólis. Marsilio da Padova, in particolare, artefice di una delle più importanti riformulazioni dell’antico valore del governo elettivo e della sovranità popolare[2]. All’opposto il pensiero di Machiavelli, che farà sì riferimento ad Atene, ma come esempio di democrazia degenerata. I suoi Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, attingendo a una tradizione che affonda in Aristotele le sue origini, individuano tre principali tipi di governo: monarchia, aristocrazia e democrazia. La prima, spiega Machiavelli, degenera in tirannia, l’aristocrazia in oligarchia e la democrazia in licenziosità.
Anche Hobbes si esprime criticamente nei confronti della pólis. Successivamente sarà Rousseau ad osteggiarla perché ritenuto un regime intrinsecamente incompatibile con il principio di una netta divisione giurisdizionale. Hegel riprende l’opposizione aristotelica tra oikos e pólis e nella seconda metà dell’ottocento Marx ed Engels vedranno reincarnata nell’esperienza della Comune di Parigi del 1871 la realtà del modello ateniese. Nel novecento sarà infine Hannah Arendt a rilanciare il valore dell’universo istituzionale della pólis e della sua matrice concettuale. Ed è grazie a questo complesso intreccio di idee che la pólis diventerà una voce chiave del lessico politico occidentale.

Area collegata:

Detti e contraddetti sulla pólis

Materiali collegati:

Omero, Iliade 1.  “Le città e gli uomini”
Platone, Protagora 2.  “La politica è di tutti”
Tucidide, La guerra del Peloponneso 3. “Democrazia e libertà”
Aristotele, Politica 4. “L’uomo è un animale politico”

Note

1.  Ch. Tilly, La democrazia, Bologna, 2009.

2.  D. Held, Modelli di democrazia, Bologna, 2007. Per una lettura più approfondita e meno unilaterale della visione medievale vedasi: P. Costa, Cittadinanza, Roma-Bari, 2005.


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