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Alcune riflessioni di Emilio Giardina

di - 17 agosto 2010
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The Economics of Ethics and the Ethics of Economics. Values, Markets and the State, Cheltenham, UK, Northampton, USA, Edward Elgar, 2009, a cura di Geoffrey Brennan e Giuseppe Eusepi.

1. Un libro è tanto più interessante per il lettore quanto più sollecita la sua propensione alla riflessione e all’approfondimento, quanto più suscita interrogativi che prima egli non si era posti, quanto più consolida in un quadro sistematico sue idee sparse in cerca di organizzazione. Il libro curato da B. e E. ha nelle sue varie articolazioni tutte queste caratteristiche. Onde, dopo una prima lettura, al fine di assolvere al compito affidatomi, per cui ringrazio, mi sono concentrato su alcuni capitoli del libro, quelli che hanno destato maggiormente la mia curiosità, e ne ho fatto una sorta di recensione. Ne è risultato un paper di 11 pagine a spazio 1, la cui lettura richiederebbe più di un’ora.
A questo punto mi si pone un problema che è al contempo etico ed economico. Etico, in quanto si tratterebbe di infliggere questa lunga sofferenza all’uditorio presente; economico, in quanto, volendo evitare siffatta crudeltà, devo economizzare il mio limitato tempo a disposizione, scegliendo cosa tagliare. Riassumerò drasticamente la sintesi del pensiero degli autori fatta nello scritto, e darò un contenuto molto stringato delle mie riflessioni, che nello scritto sono molto più articolate rispetto a quanto esporrò oralmente.
Intendo iniziare questo commento parlando dell’Introduzione. E non tanto perché l’Introduzione in una raccolta di scritti di vari autori vale ad individuare con immediatezza i termini dei problemi (questioni) che si vogliono analizzare, il filo rosso che lega i diversi contributi all’opera collettiva. Ma perché questa Introduzione è un bel saggio sulla ricerca interdisciplinare, che va al di là dei rapporti tra etica ed economia.
I nostri autori mettono in luce i disincentivi che un giovane ricercatore incontra quando esce dai confini della sua disciplina, i pregiudizi accademici che possono ostacolarne lo sviluppo della carriera, il sospetto con cui vengono valutati i suoi lavori. E si domandano se ciò abbia un fondamento razionale.
Certo il principio della divisione del lavoro, la logica della specializzazione della ricerca, ma anche il fatto che ogni disciplina, come dice la parola stessa, si costituisce per l’appunto per dare regole metodologiche al lavoro di ricerca, per formare una professione in grado di valutarne efficacemente la qualità dei risultati, certo tutto questo spiega l’atteggiamento di sospetto, per non dire critico, nei confronti della ricerca interdisciplinare. E anche la reputazione spuria che finisce per connotare chi la fa, il quale ad esempio viene considerato nel caso specifico dei rapporti tra economia ed etica un economista dai filosofi, ed un filosofo dagli economisti.
Ma i confini disciplinari strettamente intesi, affermano i nostri autori, portano al conformismo nella ricerca, ed anche nell’organizzazione degli studi, allontanano menti brillanti dal varcare la soglia di altre discipline, in una parola, come essi dicono distorcono l’agenda intellettuale. E non va trascurato il fatto che diversi premi Nobel dell’economia, da Arrow a Buchanan, da Becker ad Harsanyi a Sen, hanno palesato significative inclinazioni interdisciplinari proprio sui temi oggetto del volume, con ciò mostrando che c’è spazio in questa regione di confine per raccogliere allori.
Con questo spirito Brennan ed Eusepi hanno promosso questa raccolta di studi riguardanti i rapporti tra economia ed etica. A proposito dei quali essi indicano tre questioni. Una prima riguarda la ristrettezza degli assunti motivazionali degli agenti economici fissati dall’approccio standard, allargando i quali si sono aperti fecondi territori di indagini. La seconda concerne le modalità con cui aggregare le credenze morali, atteso che si riconosce l’esistenza del pluralismo morale. La terza si occupa di nuovi approfondimenti che può avere la tradizionale distinzione in economia tra approccio normativo e approccio positivo.
Detto questo sull’Introduzione, vorrei fare due brevi considerazioni sulla ricerca interdisciplinare. La prima riguarda un interrogativo: ricerca interdisciplinare è la stessa cosa di ricerca multidisciplinare? O è cosa diversa? È corretto dire che nel primo caso si tratta di uno studioso che si è formato nell’ambito di una ben distinta disciplina, e che a un certo punto varca la soglia del suo territorio occupandosi di quello altrui (o se vogliamo impiegare l’atteggiamento critico prima richiamato dai nostri autori, invadendolo da dilettante)? E nel secondo caso di una ricerca fatta in collaborazione da studiosi di diverse discipline i quali impiegano congiuntamente ciascuno i ferri del suo mestiere per lo studio di un medesimo fenomeno?
Dal richiamo dei premi Nobel fatto da B. e E. sembra che essi propendano per questa distinzione, e che quindi non si riferiscano alla ricerca multidisciplinare, ma solo a quella interdisciplinare. Ma la distinzione così formulata non sgombra il campo da ulteriori interrogativi. Quando studiosi di diversa formazione disciplinare collaborano nello studio di un medesimo fenomeno occorre che trovino uno stesso linguaggio, un medesimo codice di comunicazione, nel senso precisato da Arrow in un noto suo saggio. Se riescono nei loro intenti i frutti della loro cooperazione sono spesso fecondi. Le migliori prospettive della scienza oggi sembra che risiedano nella ricerca multidisciplinare. Come provano ampiamente ad esempio gli sviluppi della biologia molecolare nella quale convergono discipline diverse quali fisica, chimica e biologia. Per non parlare dell’applicazione dei modelli esplicativi dei sistemi disordinati elaborati dalla fisica teorica allo studio dei mercati dei titoli azionari e obbligazionari. Gli incontri di Santa Fe tra economisti e fisici teorici sono state esperienze interessanti.

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