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Della concorrenza: Adam Smith e Alessandro Giuliani

di - 3 agosto 2010
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Il tramite della mia conoscenza con Alessandro Giuliani è stato Riccardo Orestano, la casa di campagna di Collevecchio il luogo di più di un piacevole incontro. Io lo rassicuravo su Don McCloskey e la sua Rhetoric of Economics[1]. Egli mi incoraggiava, con grande tatto, ad andare oltre la lettura della Ricchezza delle nazioni, verso lo Smith filosofo, giurista, storico, anche per meglio comprendere lo Smith padre dell’analisi economica.
Poi lo invitai a spiegare le radici romanistiche della concorrenza in un seminario della Banca d’Italia fra giuristi ed economisti. Pubblicammo il suo intervento nel 1997 sulla Rivista di Storia Economica. In quello stesso fatale anno, per la medesima Rivista, affidammo a Curzio Giannini – uno dei più intelligenti economisti del Servizio Studi, scomparso prematuramente – il commento a Giustizia ed ordine economico. Ne discussi a lungo con Giannini e del suo commento cercherò di tener conto.
Altri diranno del Giuliani filosofo e giurista. Io vorrei rendere testimonianza del significato che alcune sue sollecitazioni hanno assunto per un economista “pratico” come me.
Richiamerò due temi che preludono a un terzo, al quale dedicherei qualche riflessione personale in più. I tre temi sono nell’ordine: metodo e linguaggio dell’economia; “mano invisibile”, ovvero Stato e Mercato; concorrenza.

1. Metodo e linguaggio dell’economia
Giuliani sottolinea che l’economia è scienza sociale: dei rapporti di produzione e distribuzione fra gli uomini riuniti in società.
L’individuo allo stato di natura non esiste: né fanciullino, né homini lupus, né tampoco homo oeconomicus. Secondo un antropologo fra i miei preferiti – Marshall Sahlins – “siamo stati plasmati, corpo e anima, per una esistenza culturale (…) La cultura viene prima della natura”[2], e cultura vuol dire società.
Anche per la frazione degli economisti che nel tempo è divenuta minoritaria non si dovrebbe ridurre la scienza economica a una branca della prasseologia. Ciò, purtroppo, è avvenuto, lacerando la disciplina in due tronconi sempre meno comunicanti al punto da far pensare a due discipline diverse.
Era più che fondato il richiamo di Oskar Lange: “Al posto di una scienza che studia i rapporti economici tra gli uomini, ne è sorta una che ha per progetto il rapporto dell’uomo – Robinson Crusoe – e non le cose”[3].
Adam Smith era stato invece il fondatore di quella prima e diversa scienza, non a caso detta economia ‘politica’.
Smith affida la tenuta di una società olistica all’equilibrio, mediato dal diritto, fra etica ed economia, fra interesse personale e alterum non laedere. La stessa felicità individuale per lui sorge soprattutto dall’essere apprezzati nella società: “sympathy”, ovvero condivisione di sentimenti morali.
È la piena comprensione del grande illuminista scozzese che porta Giuliani a vedere tutta “l’insufficienza dell’homo eoconomicus[4]. “I have no great faith in political arithmetik”, scriveva Smith contro William Petty, e Giuliani pone questa citazione in testa alla III^ sezione del suo maggior libro. Anche nelle nostre conversazioni sul saggio di McCloskey emergeva netta la sua freddezza verso il modernismo degli economisti neoclassici. Per essi, il realismo degli assunti e il ‘peso’ degli argomenti conta assai meno della confutabilità statistica e della capacità previsiva delle teorie. Contro questo orientamento già negli anni Venti del Novecento aveva vanamente avvertito un neoclassico critico come Frank Knight: “Siamo spinti a essere ‘scientifici’ alla maniera delle scienze di laboratorio, a dedicarci alla osservazione di ‘fatti’ a guardarci dal generalizzare e da ogni proposizione che non si presti alla verifica empirica”[5].
L’invito di metodo di Giuliani, implicitamente esteso agli economisti, è chiaro: “Ad ogni forma di oggettivismo, scientismo, positivismo potremmo ancor oggi contrapporre lo smithismo, inteso come metodologia delle scienze sociali”[6]. Cuore dello smithismo è il distinguere per meglio ricollegare – non per separare – l’economia e le altre discipline dell’analisi sociale.
Giuliani, in questo senso, avrebbe salutato con favore almeno due sviluppi recenti dell’analisi economica[7]. Il nesso fra la teoria e la storia si è fatto più stretto. Inoltre, l’indagine sulla crescita economica – sulla ‘ricchezza delle nazioni’, la questione centrale, sollevata da Smith nel 1776 – si sforza sempre più di integrare la triade delle determinanti economiche della crescita – Risorse, Efficienza, Progresso tecnico – con un’altra triade – Istituzioni, Politica, Cultura – risalente allo strato più profondo del corpo sociale[8].
Si ripropone così, nel concreto della ricerca empirica e storica, la figura ideale di un pensatore come Smith: economista, anche perché filosofo, storico, giurista e, non ultimo, linguista.
Per Giuliani, come per Smith, il linguaggio dell’economia non può ridursi agli algoritmi – pur preziosi – della matematica e della statistica, alla ‘political arithmetik’. Un linguaggio vale nella misura in cui trasmette pensieri convincendo altri: i chierici, in primo luogo, i laici, se possibile. Le parole chiave sono due: conversazione e persuasione. Ha ragione Mark Perlman: “Gli economisti (…) sono, al fondo, dei persuasori”[9].

Note

1.  McCloskey, D.N., Rhetoric of Economics, University of Wisconsin Press, Madison, 1985, seguito da Mc Closkey, D.N., Knowledge and Persuasion in Economics, Cambridge University Press, Cambridge, 1994.

2.  Sahlins, M., Un grosso sbaglio, Eleuthera, Milano, 2010, p. 120.

3.  Lange, O., Economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 237.

4.  Giuliani, A., Giustizia ed ordine economico, Giuffrè, Milano, 1997, p. 71.

5.  Knight, F.H., The Ethics of Competition and other Essays, Harper, New York, 1935, p. 76.

6.  Giuliani, A., Le ‘Lectures on Rethoric and Belles Lettres’ di Adamo Smith, inRivista Critica di Storia della Filosofia”, 1962, p. 335.

7.  Ciocca, P., Un modo di produzione da salvare?, mimeo, Roma, 2010.

8.  Musu, I., Crescita economica, Il Mulino, Bologna, 2007.

9.  Perlman, M., Review of T. Hutchison’s Knowledge and Ignorance in Economics, in “Journal of Economic Literature”, 1978, p. 528.

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