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Alcune riflessioni di Domenicantonio Fausto

di - 16 luglio 2010
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The Economics of Ethics and the Ethics of Economics. Values, Markets and the State, Cheltenham, UK, Northampton, USA, Edward Elgar, 2009, a cura di Geoffrey Brennan e Giuseppe Eusepi.

Questa raccolta di saggi affronta un argomento complesso, il rapporto tra etica ed economia, che è alle radici della scienza economica. I due curatori sottolineano, all’inizio della loro introduzione, che l’economia – come si può evincere prendendo come punto di riferimento la pubblicazione di The Wealth of Nations di Smith – è certamente nata dall’etica, ma, in oltre 230 anni, si è mossa sempre più distante da essa.

Gli undici saggi compresi nel volume sono articolati in tre parti. Nella prima parte, raccolti sotto il titolo “Pathways through prices and values”, figurano quattro saggi: Ethics and the extent of the market (di James M. Buchanan); Value and values, preferences and price: an economic perspective on ethical questions (di Geoffrey Brennan e Giuseppe Eusepi); An economist’s plaidoyer for a secular ethics: the moral foundation and social role of critical rationalism (di Stefano Gorini); Conceptual confusions, ethics and economics (di Hartmut Kliemt). La seconda parte, dal titolo “Money and medals: the role of motivations in collective choices”, comprende tre saggi: Awards: a view from economics” (di Bruno S. Frey e Susanne Neckermann); Assessing collective decision-making processes: the relevance of motivation”(di Philip Jones); Positive constraints on normative political theory (di Geoffrey Brennan e Alan Hamlin). Nella terza parte, con il titolo “Political market processes and liberal ethics: tax fairness vs tax morale”, sono pubblicati i rimanenti quattro saggi: The deregulation of political process: towards an international market for good politics (di Reiner Eichenberger and Michael Funk); Do we really know much about tax non-compliance? (di Lars P. Feld); Searching for fairness in taxation: lessons from the Italian school of public finance (di Luisa Giuriato); Cooperations, reciprocity and self-esteem: a theoretical approach ( di Marcello Basili e Maurizio Franzini).

 

2.- Nell’Introduzione Brennan ed Eusepi affrontano, in primo luogo, il problema della divisione del lavoro intellettuale, di cui le discipline sono la naturale espressione. Il lavoro interdisciplinare è generalmente considerato con sospetto, tanto che la graduale separazione dell’economia dall’etica, – cioè, la separazione, dell’economia dalla filosofia morale – è, in modo abbastanza generalizzato, considerata una necessaria caratteristica della crescente divisione del lavoro intellettuale in campo accademico. Le discipline esercitano una forte spinta centripeta, non solo ai fini dell’ottenimento dei risultati scientifici significativi, ma anche per l’ottenimento di un lavoro di tipo intellettuale. Il lavoro interdisciplinare è soggetto a certi azzardi sistematici, per la mancanza di chiari meccanismi istituzionali di monitoraggio e controllo di qualità, e per l’attrazione derivante da questa mancanza per quegli studiosi che hanno più da temere da una valutazione di qualità del loro lavoro; tuttavia, – sottolineano Brennan ed Eusepi – è degna di nota la constatazione di quanti premi Nobel in economia mostrano inclinazioni interdisciplinari. Si possono ricordare i casi: di: Arrow (filosofia ed economia); Becker (diritto, sociologia ed economia); Buchanan (politica ed economia); Harsanyi (filosofia ed economia); Sen (filosofia ed economia).

Il volume, che va la di là dei rigidi confini delle discipline, fa sorgere tre generi di problemi, la cui elencazione fornisce ai curatori anche il modo per tracciare un sintetico quadro dei suoi contenuti.

A partire dalla celebre opera di Lionel Robbins (1932), An Essay on the Nature and Significance of Economic Science, si è sviluppata una forte tradizione in economia a mantenere una rigida separazione tra aspetti positivi e aspetti normativi dell’analisi. Questa separazione si connette alla distinzione tra motivazione e giustificazione a livello dell’agente individuale. In particolare, gli economisti sono spinti a considerare gli agenti come completamente motivati dall’interesse personale, lasciando che gli argomenti giustificatori siano imposti ‘al di fuori del modello’ da qualche idealizzato osservatore etico. In realtà, questo osservatore etico non esiste, per cui, come conseguenza logica, qualsiasi elemento normativo deve essere introdotto attraverso i punti di vista e i giudizi degli attori economici stessi. In sostanza, – nonostante che le istituzioni che governano e coordinano i comportamenti debbano rimanere il nucleo originario del ragionamento normativo – un serio confronto tra economia ed etica comporta per gli economisti l’adozione di un più ampio arco di motivazioni all’interno dei loro modelli. È questo il caso dei saggi di Frey e Neckermann (esteem), Basili e Franzini (self-esteem), Feld (emotional bonding), Jones (expressive concerns), Brennan e Hamlin (moral requirements more directly). Brennan ed Eusepi sottolineano che le motivazioni morali possono giocare un ruolo nell’assicurare risultati accettabili anche all’interno dei processi di mercato, come insegna l’esempio della recente crisi finanziaria a carattere globale.

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