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L’Economia sociale di mercato: una visione liberale

di - 5 luglio 2010
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Contributo al volume Un austriaco in Italia, saggi in onore di Dario Antiseri, 2010

1. La Soziale Marktwirtschaft ed il liberismo
La Soziale Marktwirtschaft rappresentò la spina dorsale della politica economica della Repubblica Federale Tedesca sin dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Infatti, le politiche economiche messe in atto da politici come Konrad Adenauer e Ludwig Erhard erano esplicitamente guidate dalle idee elaborate da un gruppo di eminenti economisti e pensatori sociali, tra i quali vi erano Alfred Mueller-Armack, Wilhelm Roepke, Vera Lutz, Walter Eucken, e lo stesso Erhard. Questo fatto di per sé è del tutto notevole, perché è un esempio della verità di quanto credevano due pensatori di diverso e quasi opposto sentire come John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek, ovvero che a guidare veramente le vicende umane siano le idee.
Quella che venne chiamata ESM è il risultato della elaborazione teorica di due gruppi di intellettuali. Il primo di essi è noto come “Scuola di Friburgo”, e le sue figure principali furono quelle di Eucken, Franz Boehm, Lutz, e Fritz Meyer. Essi erano noti anche come “neo-liberali”. Un secondo gruppo è rappresentato da Mueller-Armack, Alexander Rustow, e Wilhelm Roepke. Roepke esercitò una notevole influenza anche su diverse componenti del pensiero cattolico e del pensiero liberale italiano degli anni cinquanta. L’espressione Soziale Marktwirtschaft fu coniata da Mueller-Armack nel 1946.
Il fatto di dover costruire istituzioni politiche ed economiche del tutto nuove dopo il totalitarismo nazista ebbe senz’altro una influenza notevole sulla maniera in cui i pensatori della ESM concepirono la questione della “spontaneità” delle istituzioni dell’economia di mercato. Un tema, questo, che da sempre costituisce un discrimine fondamentale tra le diverse visioni del liberalismo.
Una delle linee fondamentali del pensiero economico liberale anglosassone ritiene che il mercato si caratterizzi per il suo carattere “spontaneo”, in un duplice senso. In primo luogo, perché la tendenza alla cooperazione ed allo scambio è una caratteristica naturale dell’uomo. In secondo luogo, perché le sole situazioni efficienti sono quelle che risultano dal libero gioco dell’offerta e della domanda. Qualsiasi intervento legislativo che alteri questo gioco equivale ad una distorsione del mercato. Il solo ruolo attribuibile allo Stato è quello di garante dei diritti di proprietà, e la sola attività legislativa utile all’economia di mercato è la rimozione dei privilegi di cui godono certi gruppi, e delle barriere tariffarie.
Nei confronti del liberismo tradizionale, l’ESM avanza in effetti tre ordini di critiche.
In primo luogo, che un sistema economico e monetario senza regolamentazioni può rivelarsi instabile. Questo comporta la necessità dell’intervento dello Stato nella regolamentazione della moneta e del credito. Tuttavia i pensatori dell’ESM differivano tra loro riguardo alla questione se questa funzione dello Stato dovesse estendersi alle politiche anticicliche. Eucken, ad esempio, fu sempre un avversario delle politiche economiche discrezionali.
In secondo luogo, che il mercato lasciato a se stesso può appunto generare monopoli e cartelli, i quali sono altrettanto dannosi per la libertà del controllo diretto dello Stato sull’economia. Dall’esperienza della cartellizzazione dell’economia tedesca dell’anteguerra i pensatori della ESM ricavarono la conseguenza che non vi è soltanto il potere dello Stato che deve venire contenuto per avere un mercato effettivamente libero. Vi è anche un potere economico esercitato dai privati, che va egualmente contenuto. Di qui la grande rilevanza data alla politica della concorrenza, come vedremo più avanti.
In terzo luogo, che un puro laissez faire può condurre ad una situazione che non è accettabile dal punto di vista della giustizia sociale, e ciò in un duplice senso. Primariamente, che la remunerazione del lavoro salariato in funzione della produttività marginale può non essere giusta nei confronti di specifici individui, e secondariamente che la distribuzione complessiva del reddito può essere inaccettabile dal punto di vista sociale.
Prese in sé, queste critiche sembrerebbero condurre la ESM su di un percorso coincidente con le classiche visioni socialdemocratiche e redistribuzioniste. Tuttavia la situazione è decisamente diversa. La critica del laissez faire di stampo ottocentesco non conduce affatto i pensatori della ESM ad un “terza via” tra capitalismo e socialismo, come spesso si è affermato. Il loro scopo è invece quello di produrre una visione che riassorba all’interno del liberalismo economico la dimensione morale e sociale.
Probabilmente la migliore caratterizzazione di quale sia l’ordine economico ideale dal punto di vista della ESM venne data da Eucken[1].

Note

1. Cfr. W. Eucken, Grundsaetze der Wirtschaftspolitik, Tubinga, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1968 (quarta edizione)

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