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Alcune riflessioni postume

di - 17 giugno 2010
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The Economics of Ethics and the Ethics of Economics. Values, Markets and the State, Cheltenham, UK, Northampton, USA, Edward Elgar, 2009, a cura di Geoffrey Brennan e Giuseppe Eusepi.

Se non ci fosse stata un’esplicita richiesta di Pierluigi Ciocca, il mio intervento in questa sede si sarebbe limitato ai ringraziamenti a coloro che hanno reso la presentazione del volume un evento non comune per l’accademia italiana. E poiché sulla base di un principio etico personale non amo ripetermi, avendo ringraziato i partecipanti in occasione dell’evento mi sarei dovuto semplicemente astenere dalla stesura di questa breve nota. Però, di fronte ad un foglio bianco, per un accademico vi è una sorta di tentazione di riempirlo: non sono stato capace di sottrarmi a questa tentazione. Colgo qui l’occasione per ‘ficcare le unghie’ dove sono stato meno graffiante in occasione della presentazione. E così inizierei parlando di economie e di etiche perché ho l’impressione che l’uso del singolare lasci pensare che, all’interno delle ‘monoculture disciplinari’, tutto sia coerente. Non è così per fortuna.
In questo contesto, sostenere come io e Brennan facciamo nel saggio introduttivo che vi è poco ‘traffico’ tra economisti e filosofi morali e tra questi e gli studiosi della scienza politica, oscura il fatto che tra gli economisti vi sono strade non trafficate che non solo non si incontrano, ma si scontrano. Non può sorprendere, perciò, che i rapporti tra le economie e la filosofia morale – anche nella versione kantianamente attenuata di etica individuale e non di imperativo categorico – siano evanescenti. Il perché è chiaro: ogni ‘pezzo’ di disciplina fa appello ad una presunta autosufficienza. Sebbene la specializzazione (la divisione del lavoro nei termini smithiani) sia chiamata a spiegare il progresso delle discipline (le economie in primis) è altrettanto vero che rischia di trasformare la parte nel tutto con la conseguenza di trasformare il tutto, per così dire, in un irrilevante insieme di banalità rispetto alla parte che si conosce. L’intervento chirurgico perfettamente riuscito al quale si accompagna la morte del paziente è apodittico su questo fronte. Questa proposizione ha un’alternativa da me preferita: io voglio il paziente vivo. Ciò presuppone, ovviamente, che il ruolo dell’intervento chirurgico venga ridimensionato e abbiamo un ottimo punto di partenza per farlo che ci deriva direttamente dal mercato (delle merci e delle idee). Il mercato, in cui le conoscenze sono ‘disperse’ perché le teste sono moltissime, non richiede affatto l’esistenza di una testa centralizzata. In un certo senso, diversamente da quanto gran parte degli economisti ritiene, il mercato è un ordine e non un’organizzazione. Un ordine che risulta dal fatto che, per così dire, ognuno guida i propri piedi. In questo mercato di pedoni ognuno sceglie e non solo il consumatore! La sovranità del consumatore non è esclusiva e non avrebbe più senso della sovranità del produttore. Non c’è nessun sovrano dove tutti sono sovrani perché egualmente liberi. In un mondo di individui liberi che creano reti di scambio si costituiscono le condizioni in cui economie ed etiche entrano a contatto proprio perché si occupano di scelta: scelta tra il mondo della libertà e quello della necessità, tra etica del mondo umanizzato e quella del mondo naturale (ammesso che ne abbia una!). Umanizzare l’economia – se la si vuole considerare una scienza sociale – equivale a renderla ‘soggettiva’. Vi è di più. L’unità decisionale elementare, l’individuo, o la persona se si vuole, non può che essere lo stesso che sceglie tra alternative non neutrali nella sfera dello scambio e nella sfera etica. Pur essendo individuocentriche, economie ed etiche sono dimensionalmente diverse.
È giunto il momento per giustificare i plurali di economia ed etica, per tutto il resto rimando ai saggi del volume. La distinzione tra prezzi e valori, così come emergono in una lettera di Ricardo a Malthus contengono tutte le ambiguità che Sraffa ha tentato di razionalizzare in Produzione di Merci a Mezzo di Merci (1960). Nella linea di pensiero Ricardo-Sraffa l’etica è presa d’accatto: costituisce, infatti, un sottoinsieme originato da una ‘costola’ dell’economia – quando cioè l’economia dà luogo a sovrappiù – perché in questo caso l’economia non è abbastanza scienza e non è in grado di ridistribuire questo sovrappiù tra i fattori che lo hanno prodotto. È la non misurabilità del capitale che obbliga Sraffa a distinguere le teorie della produzione – economia propriamente parlando – e teorie della ridistribuzione che hanno un fondamento politico o forse etico. Dunque, la circolarità del processo economico, che dà luogo ad un’economia con sovrappiù, crea un’antitesi perché non sa con i suoi mezzi a chi assegnarlo. Economia con sovrappiù equivale ad eteronomia. L’etica qui sembrerebbe essere di supporto anche se il come rimane, almeno in parte, impregiudicato. In questa sede, io non sono interessato a risolvere questo problema, sebbene senta di avere una qualche intuizione, quanto ad evidenziare che questa versione di etica che nasce dall’economia circolare presume – ultra vires – che l’unica relazione tra gli umani sia lo scambio (etica ridistributiva). Tutte le relazioni che non presuppongono uno scambio di merci sono annullate: il mondo relazionale risulta, così, irrimediabilmente impoverito, proprio perché valori e prezzi sono resi sinonimi.
Ma che ne è dei valori e delle preferenze che non si manifestano oggettivamente mai se non nei prezzi di equilibrio e in nessun altro luogo? Considerare valori e prezzi come sinonimi rende prezzi e valori evanescenti al di fuori dell’equilibrio puntuale della concorrenza perfetta. Trasforma questi prezzi e valori in ombre di valori e di prezzi! In questo modo, ridotta a strumento suppletivo nelle mani dell’economista ridistributore, l’etica perderebbe la sua dignità disciplinare. Ciò equivale a sganciare La Ricchezza delle Nazioni dalla Teoria dei Sentimenti Morali che della prima è il fondamento.
Mutatis mutandis, non sorte migliore è riservata all’etica da parte dell’economia marginalista e neoclassica per le quali il capitale è misurabile e per le quali la circolarità del processo di produzione è sostituito dalla linearità produttori-consumatori. Qui non c’è un problema ridistributivo e, dunque, non vi sarebbe alcun ruolo per l’etica come base della ridistribuzione.
Né miglior fortuna, infine, toccherebbe all’etica nell’ambito dell’economia keynesiana dove ogni problema decisionale rilevante è rimesso alla discrezionalità politica (assunta eticamente appropriata per definizione!). Dunque, le tre economie, che definisco sequenziali, hanno un rapporto autosufficiente rispetto alle altre discipline e i giocatori seguono uno schema in cui ognuno gioca la propria partita in modo solipsistico: manca la simultaneità. In conclusione, quando si è di fronte alla complessità, l’approccio interdisciplinare diventa inevitabile. Ciò che è fondamentale è impostare bene i problemi, più che offrire soluzioni e solo poi inventare i problemi che quelle soluzioni hanno già risolto e che perciò trasformano quei problemi in problemi aproblematici.


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