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Amministrazione e giurisdizione nel modello svedese: riflessioni e resoconto di un viaggio

di - 8 aprile 2010
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Partendo per la Svezia, dove avrei dovuto soggiornare per due settimane, per uno scambio di esperienze organizzato dalla Commissione europea e dalle magistrature amministrative nazionali, ho scelto qualche libro da portare con me.
Scelte del genere, come si sa, si fanno seguendo l’ispirazione del momento.
Fra i dizionari giuridici necessari per far fronte ad una “full immersion” in un ordinamento straniero e alcuni gialli svedesi che mi sembravano appropriati per comprendere il contesto sociale ed il dark side della cultura che mi avrebbe ospitato, si è incuneato un libro fresco d’acquisto, di un sociologo molto acuto, Zygmunt Bauman, che ha dedicato l’ultima sua fatica pubblicata in italiano ad un’analisi dell’ “Etica in un mondo di consumatori”.
Mai avrei pensato che proprio questo libretto mi sarebbe stato di aiuto (fra alcuni altri che poi menzionerò) per comprendere, con l’intuizione fulminea del sociologo, le istituzioni ed il modello sociale del paese che mi accingevo a visitare e studiare.
Esauriti i libri che ritenevo più pertinenti (alcuni testi sull’ombudsman e sulla costituzione svedese) un sera comincio la lettura di Bauman per puro diletto.
Ed a pagina 106 scopro, in un lampo, la ragione del mio viaggio, leggendo il capitolo “Governare l’egoismo”.
Qui è necessario che lasci spazio all’autore, Bauman, il quale, come è noto a chi lo ha frequentato, discorre di libertà liquido-moderna; della ormai ineludibile necessità di costruire e ricostruire nel corso di una vita, incessantemente, la propria identità; di gioie promesse dalla società dei consumi (ma riservate a pochi) e sventure subite da persone (molte e le più sfortunate) che alla libertà liquido-moderna preferirebbero rinunciare (vedendo nella pubblicità il “tu devi” moderno che incoraggia a provarci e determina nel contempo frustrazione) fino a quando, così discorrendo, ci si imbatte nello Stato sociale, come rimedio alla paura ed al disagio indotti dalla moderna società dei consumi.
Un concetto – quello di Stato sociale – familiare al giurista.
Ben noto a coloro i quali si sono formati sui testi di Massimo Severo Giannini.
Un concetto in crisi se è vero – come nota Bauman – che i legislatori cercano, in tutto il mondo, di ridurre i deficit finanziari pubblici espandendo il “deficit di cura” (tagliando i fondi per le madri single, i disabili, i malati mentali e gli anziani)
Uno Stato – sottolinea Bauman – è sociale quando promuove il principio del garantito dalla collettività, un’assicurazione collettiva contro le sventure individuali e le loro conseguenze.
Nello Stato sociale – per Bauman – è il concetto di società che viene riscritto ed all’ordine dell’egoismo si sostituisce l’esperienza di una comunità percepita e vissuta come propria (la parola comunità – a chi scrive – evoca sempre il periodo più felice del capitalismo italiano, la parabola di Adriano Olivetti, della quale ho appreso per diretta testimonianza dalla viva voce di mio padre che fu Pretore in Ivrea in quel periodo e ne aveva un ricordo smagliante).
Lo Stato sociale garantisce dagli orrori gemelli della miseria e dell’indegnità, protegge dal terrore di essere esclusi, di cadere fuori dal veicolo, in rapida accelerazione, del progresso.
Gli esuberi diventano scarti, e gli scarti sono consegnati al destino del rifiuto, anche se scarti umani.
Uno Stato sociale non accetta la produzione di scarti umani, considera l’assicurazione sociale un bene collettivo, necessario complemento, secondo la lezione di Beveridge, del concetto liberale di libertà individuale.
Per molte persone la libertà liberale rimane un sogno irraggiungibile, essa ha più l’aspetto della disperazione e dell’emarginazione che quello del successo e dell’inclusione.
Va inoltre considerato che, senza protezione dai rischi di emarginazione, anche la democrazia è a rischio poiché i molti, esclusi dalle grandi opportunità della libertà liquido-moderna, non hanno interesse, né tempo, per l’esercizio dei diritti politici se non protetti da un’assicurazione collettiva.
Ed allora, considerando che tutti siamo vulnerabili prima o poi; che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri; che saremo tutti più ricchi se nessuno verrà tagliato fuori; più forti se ci sarà sicurezza per tutti, allora il modello scandinavo mostra la sua attualità.
Non un’utopia tramontata, “tutto – come dice Bauman – fuorché una reliquia di speranze passate ed ormai disilluse o un prototipo che il consenso popolare ha liquidato come esempio superato”.
I suoi principi di fondo rimangono vivi ed attuali ed hanno ancora capacità di accendere speranze.
Ecco quello che ho letto.
La ragione del viaggio.
Studiare una società capace di “governare l’egoismo”, come forse noi non siamo stati capaci di fare (pur avendo guardato a quel modello in una certa fase storica; negli anni settanta in cui si istituiscono, a livello regionale, gli ombudsman italiani sul modello svedese, e, nel diritto commerciale e del lavoro, si analizzano i modelli di partecipazione dei lavoratori al capitale).

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