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La competizione fa bene alle università

di - 25 febbraio 2010
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Relazione al seminario di Trento, 20 gennaio 2010

Sommario: 1. Due metodi per le riforme. – 2. Concorrenza (molto) imperfetta e race to the bottom. – 3. Per un’equa competizione tra le università. – 4. Il disegno di legge: A) i progressi. – 5. B) Questioni di metodo. – 6. C) Questioni di merito.

1. Due metodi per le riforme
La circostanza che, a distanza di pochi mesi dal convegno romano dedicato alle questioni della concorrenza e del merito nelle università italiane, seguito da un piccolo libro ([1]), alcune di quelle questioni siano nuovamente al centro della discussione tra giuristi non indica, di per sé, condivisione dell’angolo visuale – ossia i nessi tra concorrenza e merito, considerati come valori ordinali – che in quel libro è stato suggerito per riguardare la trasformazione in atto nel sistema universitario italiano. Non vi sono d’ostacolo soltanto le preoccupazioni di quanti si oppongono all’abolizione del valore legale extrascolastico del titolo (per il rischio che le università percepite, per dir così, come loci minoris resistentiae soccombano) e all’attribuzione in base al merito d’una più consistente quota delle risorse finanziarie disponibili (se si premiano gli atenei che eccellono, vi è il rischio che sia pregiudicata la provvista indispensabile per fare ricerca altrove?).
Un ulteriore, rilevante, ostacolo è il persistere d’una divisione quanto al metodo delle riforme. Esiste nelle costruzioni dei giuristi, non meno che in quelle degli studiosi di altre scienze sociali, un diffuso convincimento: che la legittimità e l’adeguatezza delle riforme non possano prescindere dal fare riferimento a un assetto ottimale, a cui l’intero “sistema” deve tendere. Di qui l’enfasi posta, non solo dagli uffici del Ministero dell’università, ma anche da quanti prestano la propria opera nei vari atenei, oltre che sulle regole volte a contemperare l’autonomia delle università con gli interessi della collettività nazionale, sui piani e sui controlli in funzione di osservanza di quei piani. È un metodo che – absit iniuria verbis – può dirsi di tipo “costruttivista”.
Ben diverso è il metodo, che finora ha riscosso meno adesioni ([2]), che può dirsi “evoluzionista”, nel senso che muove dall’idea che non solo esistano, come è agevole constatare, diversi modi di concepire le università (teaching universities, research universities), ma che le differenze riguardanti i criteri e le modalità di selezione si mantengono perché, prima o poi, sono in grado di far prevalere sugli altri il “gruppo” di studiosi in cui si sviluppano. Conseguentemente, l’enfasi viene posta sull’autonomia di ciascuna università; sulle differenze insite nel concetto stesso di autonomia; sulla necessità che ciascun ateneo debba contare sulle forze di cui dispone al proprio interno, sulla propensione dei propri studiosi a ricercare; sull’abilità dei propri docenti; sulla capacità dei propri managers di rinvenire le combinazioni che innalzano la produttività, limitano i costi.

2. Concorrenza (molto) imperfetta e race to the bottom
Questa breve indicazione di due metodi che – fini di chiarezza – sono stati distinti più di quanto possa risultare dalle opinioni che vengono sostenute in ordine a questo o a quel problema consente d’impostare nel modo più corretto le questioni concernenti la competizione tra le università. Per quanti, con varietà di spunti, ispirino la propria azione al metodo “evoluzionista”, la competizione costituisce il presupposto, non sufficiente, ma certamente necessario, dell’efficienza allocativa (delle risorse finanziarie provenienti dai contribuenti) e operativa; è un potente fattore di dinamismo sociale. I sostenitori dell’altro metodo – invece – sovente associano all’idea di concorrenza un indirizzo di laissez-faire, di deregulation, di dismissione degli obblighi che la Costituzione addossa ai poteri pubblici quanto alla promozione della cultura e della scienza e alla effettiva tutela degli studenti capaci e meritevoli, ma privi di mezzi.
In realtà, la concorrenza per accaparrarsi i migliori docenti e studenti è in atto da tempo, nei paesi anglosassoni, e in Asia. È favorita dall’intensificarsi della produzione di rankings delle research universities, in cui vi sono pochi atenei europei e ancor meno ve ne sono di italiani, oltre tutto assai distanti dai migliori. D’altronde, anche se considerate come teaching universities, le università italiane non soltanto perdono gli studenti in grado – per censo, cultura, relazioni sociali – di recarsi altrove per conseguire i titoli di studio più richiesti, ma non attraggono studenti dall’estero, nemmeno da Paesi di cultura affine o geograficamente vicini. La concorrenza, va aggiunto, è favorita nell’Europa unita dal mutuo riconoscimento dei titoli di studio (Corte di Giustizia, causa C-153/02 [2003]), che ripristina la situazione vigente prima della svolta in senso statalista nell’800. Vi è, tuttavia, il rischio d’una race to the bottom, come accade se – per esempio – ci si iscrive a una facoltà spagnola o romena soltanto per evitare i test di accesso all’università o l’esame di Stato, l’unico requisito stabilito dall’articolo 33 della Costituzione.
Detto ciò, bisogna pur dire – però – che una race to the bottom è già in atto in Italia. Vi influiscono, in particolare, la circostanza che la concorrenza tra le migliori “scuole” scientifiche sia ostacolata da meccanismi concorsuali opachi e da finanziamenti a pioggia, con conseguente declino delle poche research universities; il valore legale extra-scolastico attribuito da amministrazioni e organizzazioni professionali ai titoli di studio, che consente ai loci minoris resistentiae di sfruttare lucrose rendite di posizione; il proliferare di università telematiche e l’incremento delle sedi universitarie, al di fuori di rigorosi standard minimi. Insomma, la competizione è già in atto, comporta una dequotazione complessiva verso l’esterno, induce una race to the bottom all’interno, nuoce alla mobilità territoriale e sociale.

Note

1.  Concorrenza e merito nelle università, a cura di G. della Cananea e C. Franchini, Torino, Giappichelli, 2009.

2.  Come in Francia. Ma v. ora Universités: nouvelle donne, a cura di J.P. Pollin, Paris, PUF, 2009.

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