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La specificità italiana nella crisi in atto

di - 29 dicembre 2009
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Intervento alla Tavola Rotonda dell’Accademia dei Lincei su La crisi: aspetti economici e sociali (10 dicembre 2009)

La crisi dell’economia italiana non si identifica con quella mondiale. Soprattutto, una volta superata la crisi mondiale, non sarà per ciò stesso risolto il problema economico italiano. Questo è ben più grave e ha natura specifica. E’ risalente nel tempo. A differenza di quello mondiale, è reale e non anche finanziario, strutturale più che ciclico. I suoi diversi aspetti vanno affrontati con un impegno che sinora è mancato.

1. – Sulla scorta di preesistenti squilibri – fra cui, il difetto di risparmio negli Stati Uniti, l’eccesso in Cina ed Europa – la contrazione mondiale è stata innescata dalla fragilità della finanza internazionale, è principiata da quella anglosassone. Dalla finanza il cedimento di credito e di fiducia si è esteso alla domanda, al commercio, alla produzione. Per il 2009 il FMI stima ora una regressione del prodotto del globo dell’ordine dell’1% (-12% il volume del commercio), rispetto a un trend di crescita pre-crisi del 4% l’anno. Per il 2010 si prevede una espansione del 3% (+2% il commercio): ancora sotto il trend, ma su un livello che già supererebbe, di 2 punti, quello del 2008. Movendo da un PIL totale (PPP) di 69.000 miliardi di dollari nel 2008, il prodotto potenziale irrimediabilmente dissipato è di oltre 4.000 miliardi (due volte il reddito di un anno dell’Italia). Con qualche rischio di doppio conteggio, si può aggiungere che le perdite della finanza sono – sempre dal FMI – complessivamente stimate in 3.400 miliardi di dollari (2.800 quelle delle sole banche commerciali). Sono cifre cospicue anche se, scalate per il livello del prodotto, inferiori a quelle di cinque contrazioni pur esse globali, reali e finanziarie sperimentate nel passato. Negli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento e negli anni Venti, Trenta e Quaranta del secolo scorso lo scarto negativo del PIL mondiale dal trend toccò picchi del 10% e oltre. La recessione del 2009 è invece più vicina a quelle connesse con il primo (1974) e secondo (1979) shock petrolifero e con la guerra del Golfo (1990-1991).
Dalla teoria delle fluttuazioni cicliche e delle bolle speculative sappiamo che, in quanto “economia monetaria di produzione” (Keynes), il capitalismo è intrinsecamente, per sua natura, instabile. L’instabilità è sia reale sia finanziaria. Storicamente, crisi reale e crisi finanziaria hanno il più delle volte interagito. Quasi sempre a una crisi reale è seguita una crisi finanziaria. Più di rado è avvenuto il contrario. Nel 1987-2007 le ripetute tensioni valutarie e finanziarie non sono sfociate in una generale recessione. Invece è stato proprio questo il caso della crisi finanziaria che ha dato l’avvio alla caduta della produzione su scala globale nel 2009.
Le crisi finanziarie sono state frequenti (diverse centinaia, nelle singole economie, negli ultimi due secoli). Restano altamente probabili, se non certe (Minsky). Sono nondimeno difficilmente prevedibili nella scintilla e nei tempi d’innesco, come pure nelle sequenze e nelle modalità che in ciascun episodio assumono (Kindleberger). Quando – come spesso accade – le forme della speculazione sono nuove, la crisi non può essere prevenuta soltanto da regole. Le regole sono inevitabilmente basate sulle esperienze precedenti, diverse. La prevenzione non è garantita nemmeno dalla discrezionalità amministrativa dei supervisori. Inoltre, improvvidamente, la discrezionalità delle banche centrali era stata amputata, anche da noi, prima della crisi. Ancora oggi, nonostante i molti dibattiti e il beneficio della retrospettiva, non è evidente quali regole avrebbero sicuramente evitato le tensioni finanziarie del 2008-2009. La discrezionalità tecnica del central banking va riscoperta, giuridicamente ridefinita, politicamente confortata.
La differenza rispetto al passato è che oggi, dopo Keynes, sono note le azioni da compiere per contenere, a valle, le ripercussioni della instabilità per l’economia reale, per il sistema finanziario. La domanda globale va sostenuta con politiche monetarie e fiscali. I Tesori e le banche centrali devono fornire liquidità, garantire o rilevare gli attivi a rischio degli intermediari, canalizzare capitale – al limite pubblico – nelle aree deboli della finanza, cercando di limitare la deresponsabilizzazione che le protezioni provocano negli operatori.
Pur fra incertezze e ritardi – dovuti anche al prevalere del pensiero economico neoclassico, più fiducioso nella efficienza autoreferenziale dei mercati che nella necessità delle politiche economiche – nella crisi attuale tutto ciò è stato fatto dai principali paesi. Segnatamente, è stato fatto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, con il decisivo concorso della Cina. La crisi sarebbe altrimenti stata ben più profonda. Ma non è risolta. Finché una espansione autoalimentantesi dell’economia mondiale non si sarà avviata – e ciò non può dirsi ancora avvenuto, nonostante la ripresa nel terzo trimestre di quest’anno – i sostegni fiscali e finanziari vanno mantenuti. Nessuna traccia di inflazione è alle viste. Nelle economie avanzate i prezzi al consumo – invariati nel 2009 – sono previsti aumentare solo dell’1% nel 2010. I salari nominali restano calmierati dalla sovrabbondante manodopera asiatica. La quantità di moneta – la M3 che la BCE controlla – è ferma in Europa.
La risposta di politica economica è stata meno tardiva e più massiccia negli Stati Uniti che nell’area dell’euro. Il disavanzo pubblico è aumentato di 7 punti di PIL negli USA, solo di 4 nell’area dell’euro. I tassi d’interesse a breve si sono ridotti prima e di più negli USA che non in Europa. Qui venivano addirittura sfortunatamente innalzati nell’estate del 2008, proprio alla vigilia della implosione della finanza, e poi limati con grande cautela. Ciò contribuisce a spiegare perché la recessione nel 2009 è risultata più acuta in Europa (-4,2%) che negli Stati Uniti (-2,7%), l’epicentro della instabilità finanziaria.

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