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Un economista insigne su ricchezza delle nazioni e diritto

di - 21 settembre 2009
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E’ divenuto raro leggere un libro di economia – non un articolo di rivista scientifica – tanto rilevante e complesso quanto limpido, fruibile anche dal non specialista. L’autore, William J. Baumol, è uno dei non molti economisti contemporanei di qualità davvero alta. Sebbene inspiegabilmente ignorato dalle giurie del Nobel – ma non dall’italiana Accademia dei Lincei! – nell’arco di oltre sessant’anni ha offerto contributi originali, importanti, su temi che vanno dalla moneta all’impresa, dalla produttività alla concorrenza, ai metodi dell’analisi statica e dinamica, alla borsa.
E’ quindi con convinta motivazione che segnaliamo “Capitalismo buono, Capitalismo cattivo. L’imprenditorialità e i suoi nemici” (Yale University Press, New Haven, 2007), scritto da Baumol insieme a R.E. Litan e C.J. Schram, con chiara prefazione di Franco Amatori alla ben curata edizione italiana (Egea, Milano, 2009).
L’oggetto del volume è la crescita: la ricchezza delle nazioni che hanno scelto quale modo di produzione l’economia di mercato capitalistica. A partire dal capolavoro di Adam Smith del 1776 le determinanti del benessere materiale dei popoli e le azioni di governo più utili a promuoverlo costituiscono il nodo centrale dell’economia politica.
La superiorità del capitalismo nello sviluppare le forze produttive è stata, dai classici in poi, analiticamente compresa. Più di recente è stata statisticamente confermata da serie storiche plurisecolari. Una economia di mercato mobilita più risorse, in specie di risparmio che si fa capitale. Soprattutto, stimola e applica con inedita intensità il progresso tecnico alle attività produttive. Nell’arco degli ultimi duecento anni il sistema capitalistico si è affermato e diffuso. Sebbene sia instabile, iniquo, inquinante, non di rado ingovernabile, ha prevalso perché è riuscito a moltiplicare per dieci il reddito medio di una popolazione mondiale aumentata pur essa come non mai, più di sei volte. Quello stesso reddito medio era invece rimasto malthusianamente invariato, nel trend, durante i precedenti millenni. Per ben due terzi il tumultuoso, formidabile progresso seguito alla Rivoluzione industriale inglese è imputabile alla innovazione tecnologica e per un terzo soltanto è riconducibile alla scala più vasta con cui lavoro, fonti d’energia, terra, ma principalmente capitali sono stati impegnati nel produrre.
Dopo Keynes, Harrod, Solow, Kuznets la moderna analisi teorica ed empirica della crescita – uno stuolo di studiosi, una letteratura sconfinata – considera tali risultati come ormai acquisiti. Si sforza di andar oltre l’accumulazione di capitale e il progresso tecnico, esplorando un secondo strato: quello dei loro nessi reciproci e delle loro determinanti, economiche e non. Restano terra incognita almeno due cruciali questioni. Perché il medesimo modo di produzione si rivela di maggior successo in alcuni contesti, piuttosto che in altri? Perché sembra incapace di far convergere, con una crescita più rapida, le economie ancora comparativamente povere verso i picchi di benessere raggiunti da quelle già ricche?
La risposta di Baumol è che oltre al capitalismo esistono i capitalismi. Egli distingue almeno quattro varianti del sistema, diversamente dinamiche. La transizione dalle meno funzionali alla più funzionale ai fini della crescita non è assicurata. Richiede tempi non brevi. Soprattutto, presuppone regole e istituzioni acconce. La forma maggiormente propulsiva è il “capitalismo imprenditoriale” (Stati Uniti, ad esempio). Alla lunga, essa si dimostra dominante sul “capitalismo oligarchico” (America Latina, ad esempio), sul “capitalismo diretto dallo Stato” (Sud-est Asiatico, ad esempio), sul “capitalismo delle grandi imprese” (Giappone ed Europa continentale, ad esempio).
Nel capitalismo “buono” abbondano gli “imprenditori”: “Ogni entità, nuova o preesistente, che fornisce un nuovo prodotto o servizio o che sviluppa e utilizza nuovi metodi per produrre o distribuire beni e servizi esistenti a un costo minore” (p. 3). L’innovazione è definita da Baumol come “il connubio di nuova conoscenza, incorporata in un’invenzione, con l’introduzione di quell’innovazione nel mercato” (p. 6). Gli imprenditori “innovativi” si concentrano nella impresa brillante di dimensione relativamente contenuta. Questa tuttavia “non deve essere confusa con la ‘piccola impresa’ e neppure con tante nuove imprese” (p. 4). Alcune economie abbondano di lavoratori autonomi – le partite IVA italiane – e di imprese, ma esse sono “talmente piccole (l’Italia è un esempio calzante) che non riescono a realizzare le economie di scala necessarie” (p. 247) o le cercano in modo difensivo nelle sinergie del distretto industriale ovvero scelgono i vantaggi dell’economia informale, sommersa. Anche i produttori “imitativi” sono peraltro essenziali: “Vi è una gran differenza fra un’embrione di idea radicale, ma utile, germogliata nella mente di un imprenditore, e un prodotto commerciale (…). Le economie di maggiore successo sono quelle che combinano imprenditori innovativi con imprese più grandi e consolidate (…) le quali rifiniscono e producono su larga scala le innovazioni” (p. 4).
Un tessuto produttivo articolato e senza soluzione di continuità fra piccola, media e grande azienda, quindi, è il presupposto strutturale del “capitalismo imprenditoriale” di cui Baumol esalta le potenzialità. Occorre peraltro far sì che in un tessuto produttivo siffatto – in molte economie di mercato inesistente – vi sia “un incentivo incessante a innovare, come pure a realizzare e a commercializzare innovazioni radicali o dirompenti” (p. 109). Mantenere vivo tale incentivo, creare le condizioni affinché esso possa esprimersi al meglio: è, questo, il duplice compito a cui sono chiamati il governo dell’economia, l’ingegneria istituzionale, la politica economica.

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