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Riflessioni sulla sostenibilità globale

di - 8 giugno 2009
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Queste note sono suscitate dalle lettura di un importante volume uscito di recente: “Global Sustainability: Social and Environmental Conditions” di Alessandro Vercelli e Simone Borghesi (Palgrave Macmillan, New York, 2008).Il volume riguarda la sostenibilità della globalizzazione, nei suoi due aspetti di sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale.
Affrontare il problema della sostenibilità globale richiede un approccio interdisciplinare, data la indiscutibile importanza dei fattori istituzionali, e quindi anche di quelli di natura giuridica, nell’analisi e nelle implicazioni di “policy” per una globalizzazione sostenibile.
Concordo con la visione che emerge dal volume di Vercelli e Borghesi, che l’impatto della globalizzazione sulla sostenibilità dello sviluppo è potenzialmente benefico, purché si realizzino alcune condizioni, che sono in primo luogo condizioni di natura istituzionale.
La globalizzazione consiste in una crescente integrazione dei mercati di diverse economie. Ora, la “buona teoria economica” ha messo da tempo in luce le condizioni che devono verificarsi perché i mercati, il cui ruolo la globalizzazione progressivamente estende, producano risultati di aumento del benessere collettivo.
Queste condizioni sono state sorprendentemente sottovalutate dai sostenitori acritici ed incondizionati dei benefici automatici della globalizzazione.
Gli autori mettono bene in evidenza come questo abbia a che fare con un mutamento nella concezione liberale in rapporto all’economia, caratterizzata dal passaggio da liberalismo classico, ad un liberalismo aggiornato al neoliberalismo.
Caratteristica del neoliberalismo è appunto una sottovalutazione delle condizioni necessarie perché i mercati svolgano in modo appropriato la loro funzione di meccanismi di allocazione efficiente delle risorse (lasciando da parte l’aspetto redistributivo).
L’idea fondamentale che ha caratterizzato questa visione neo liberale si può sintetizzare nel cosiddetto “Washington Consensus” ed è quella della bontà ed efficacia dell’autoregolamentazione dei mercati.
Secondo questa visione, i concetti che devono ispirare l’organizzazione delle istituzioni economiche sono quelli di privatizzazione, liberalizzazione e soprattutto fiducia nella capacità dei mercati di autoregolarsi, e quindi, per converso, sfiducia nel ruolo regolatore del governo.
Come dicevo, la “buona” teoria economica ha però da tempo messo in luce quanto stringenti devono essere le condizioni per confidare nella capacità di autoregolazione dei mercati (perfetta concorrenza, trasparenza, simmetria e diffusione dell’informazione).
Il realizzarsi di questa complessità di condizioni è estremamente difficile, se non impossibile: il premio Nobel Stiglitz dice che la “mano invisibile” del mercato è invisibile perché non esiste.
Ne consegue che, sempre per la “buona” teoria economica, un intervento pubblico è necessario.
Ma resta aperto il problema della natura che questo intervento pubblico deve assumere. Nel passato era prevalsa l’idea di un intervento pubblico sostitutivo rispetto al mercato. Ma questa impostazione ha portato a molte delusioni.
Così oggi la “buona” teoria economica, pur non escludendo del tutto, un intervento sostituivo, si pronuncia decisamente a favore di un intervento regolativo. In altre parole, al governo spetta di stabilire le regole del gioco del mercato.
In questo non è tanto importante la quantità delle regole, ma la loro qualità; troppe regole possono essere controproducenti; occorrono magari poche, ma buone regole.
Inoltre, per rispondere alla tentazione di chi opera nel settore pubblico di fare i propri interessi invece che quelli della collettività, occorre anche un sistema di autorità indipendenti che facciano rispettare queste regole.
Si tratta di una architettura molto complessa e per nulla facile da costruire, nella quale chiunque può vedere l’importanza del ruolo dell’etica.
Purtroppo questa complessità è stata di fatto ignorata da troppi economisti che oggi svolgono il ruolo di consulenti o che influiscono sull’opinione pubblica, e che hanno finito per puntare su indicazioni troppo semplicistiche e parziali.
Il problema della sostenibilità della globalizzazione è quindi un aspetto del problema del ruolo appropriato della regolazione nei confronti dei mercati.
Il libro di Vercelli e Borghesi si sofferma su due aspetti dello sviluppo sostenibile, quello ambientale e quello sociale. A ben vedere l’applicazione di questa idea generale di una regolazione appropriata vale per entrambi gli aspetti.
In fondo anche dalla loro analisi delle condizioni per l’aspetto sociale della sostenibilità dello sviluppo emerge l’insufficienza di un approccio del tipo “trickle down”. Di qui l’importanza di politiche volte a ridurre la disuguaglianza e la povertà, specialmente all’interno delle economie che entrano a tassi di crescita elevati nel processo di globalizzazione; tenendo anche conto delle probabili implicazioni negative che questo può avere sulla sostenibilità economica del processo di crescita (tensioni sociali, effetti negativi del basso livello di salute).
A ciò deve aggiungersi lo sforzo di evitare la marginalizzazione di interi paesi dal processo potenzialmente benefico della globalizzazione.

In quanto segue intendo però concentrarmi sull’aspetto ambientale della sostenibilità della globalizzazione.
Ma anche qui emerge l’importanza del ruolo della regolazione. In fondo se noi guardiamo allo strumento che, anche secondo Vercelli e Borghesi, viene invocato a favore di una visione ottimistica del rapporto tra crescita economia, globalizzazione di tale crescita e ambiente, e cioè la “Curva di Kuznets Ambientale”, noi ci rendiamo conto che nell’operare di tale curva è bene presente il ruolo della regolazione.
Nei paesi in via di sviluppo la regolazione è debole; in quelli più avanzati la regolazione è più forte. Perché? Anche per la diversa sensibilità all’ambiente in rapporto all’obiettivo della crescita. Importante il ruolo della elasticità della domanda di qualità ambientale rispetto al reddito.

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