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Quale riforma per l’avvocatura?

di - 12 maggio 2009
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Si è letto nei giorni scorsi (“Il Sole 24 Ore” del 21 aprile) di un progetto di riforma della professione legale, approvato dal Consiglio nazionale forense e da alcune componenti associative dell’avvocatura. Per quanto è dato comprendere, il progetto ruota intorno a due idee. La prima, affermata e smentita, è che gli avvocati in Italia sono troppi. È affermata con i numeri di una tabella: 213.000 [1] contro i 147.000 in Germania, i 140.000 in Gran Bretagna ed i 48.000 in Francia; è smentita, perché un redattore del testo dichiara – il passo è riportato tra virgolette – che “non c’è la volontà diretta o espressa di ridurre il numero degli iscritti“. “L’obiettivo – continua la dichiarazione – è avere, nell’interesse della comunità, una categoria aggiornata e con alto livello di formazione“. Di qui le proposte: se dopo cinque anni una persona non esercita, vuol dire che non ha studiato abbastanza e deve rifare l’esame; idem per gli ultracinquantenni: chi ha fatto altro fino a questa età non può inventarsi l’avvocatura come secondo lavoro. L’on.le Alberti Casellati, sottosegretario alla giustizia con delega alle professioni, è più esplicita: 213.000 è un numero esorbitante; stiamo studiando strumenti che modifichino l’accesso alla professione per ridurlo senza introdurre il numero chiuso; “bisogna fare in modo che l’avvocatura non sia più considerata un’attività residuale ma, come in passato, una professione nobile“. Sono parole sante e gravi, che impongono di riflettere.
Sembra in effetti a noi che, prima di legiferare su un tema di questo genere, ci si debbano porre alcune domande, e che solo dalle risposte trovate si possa procedere. La prima domanda è: rispetto a quale parametro gli avvocati italiani sono troppi? Se si pensa che in Italia le cause civili pendenti al 31 dicembre 2008 erano 3.508.330 [2] (per non parlare di quelle penali) le perplessità sui numeri dovrebbero chiaramente spostarsi dagli avvocati ai cittadini italiani ed alle loro abitudini, per investire quindi il problema delle loro leggi.
In un regime in cui tutte le attività devono essere aperte alla concorrenza – con ogni rispetto per i notai – il solo parametro rispetto al quale può essere riferita l’idea di un eccesso improprio di operatori è il reddito. Il campanello di allarme deve suonare quando tra i lavoratori autonomi – avvocati, medici, ragionieri, agronomi, etc. : ma il discorso vale per tutti, dai commercianti agli artigiani, ai mediatori – emerga il fenomeno di un reddito insufficiente per vivere. Dai dati della Cassa di previdenza degli avvocati emerge che il reddito medio dei suoi 136.818 iscritti nel 2006 [3] è stato di € 49.039; ma che ben 7.163 avvocati avevano un reddito pari a zero o addirittura inferiore; che per 18.034 esso era compreso tra 0 e 7.470 euro; altri 15.861 raggiungevano il tetto di 12.450 euro; per 50.889 (il 39,54% del totale) il reddito professionale si collocava tra i 12.450 ed i 41.000 euro; 20.008 stavano nella fascia tra 41.000 e 82.000 euro; redditi superiori erano dichiarati solo da 16.667 persone. In sintesi, nel 2006 ben 40.958 avvocati su ca. 137.000 – il 30% – dichiaravano un reddito professionale che o non consente la sopravvivenza o la consente a livelli bassi se non molto bassi.
Qui sta il problema. Se con redditi di tal genere non si può vivere, ma, ciò nonostante, un gran numero di persone li dichiara, questo ha un solo significato, con diverse spiegazioni possibili. Il significato è che comunque vi è interesse a tenere in vita una parvenza di attività professionale. È chiaramente necessario capire perché.
Le ipotesi con cui questo interesse può essere spiegato sembrano essere due, con possibili varianti. La prima è che dietro il bassissimo reddito professionale denunciato ve ne sia un altro, parimenti professionale, ma ben occultato. In questi casi ci si troverebbe di fronte ad un fenomeno di evasione fiscale eretta a sistema, nel senso che chi la pratica deve avere – ed ha – la certezza dell’impunità. Solo la Guardia di finanza, sollecitata dal Ministero dell’Economia, cui si devono gli studi di settore, può risolvere il mistero.
Una variante a questa ipotesi è che accanto al minimo reddito professionale ve ne sia o ve ne siano altri, di diversa natura: commerciale, ad es., o di lavoro dipendente, di fatto anche se non di diritto. Chiarire questo è molto difficile. Solo indagini sul campo, come si dice, possono fornire tracce per un’interpretazione attendibile; è probabile che i soli incroci tra dati di diversa natura, posseduti da banche dati diverse, non siano sufficienti per chiarire come realmente stiano le cose. Qui si può soltanto dire che l’esistenza di una pluralità di redditi è possibile e che, visto il divieto posto dalla legge sia di svolgere attività commerciali, sia di essere inquadrati nell’ambito di rapporto di lavoro dipendente, è molto probabile che le ipotesi di integrazione del reddito, di cui si va dicendo, pongano seri problemi di incompatibilità con il mantenimento dell’ iscrizione agli albi professionali. Le valutazioni e le decisioni per sciogliere questo nodo competono chiaramente alla Cassa ed agli Ordini.

Note

1.  La Cassa di previdenza degli avvocati ha numeri un po’ diversi: nel 2006, 136.818 iscritti alla Cassa più 52.592 iscritti agli albi e non alla Cassa (dovrebbe trattarsi degli avvocati dipendenti degli enti pubblici), per un totale di 189.410.

2.  Dato ricavato dalla Relazione per Procuratore Generale presso la Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.

3.  Sono gli ultimi dati statistici pubblicati dalla Cassa di previdenza (La Previdenza Forense, n. 3 del 2008, p. 256 segg.)

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