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I servizi idrici in Italia e i guasti della non-scelta

di - 3 aprile 2009
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Il Welfare State è ciò che di buono ha prodotto il 1900 sull’idea ottocentesca che il benessere sociale dipenda anche dall’equità. Per alcuni decenni questo modello di stato[1] ha continuato ad affermarsi, almeno in Europa, ma poi, sul finire del secolo, si è fatto di tutto per screditarlo, accantonare i problemi di equità e restituire completa sovranità al mercato quale meccanismo capace di assicurare l’efficienza. Il generalizzato accento sul tasso di crescita del PIL ha infine portato ad individuare nell’eccesso di stato la causa della sua flessione e ne ha implicitamente imposto il ridimensionamento a favore del mercato. Sono gli anni nei quali la privatizzazione con regolamentazione gode del plauso teorico generale e molti paesi la mettono in pratica. Come di consueto, pur affermandosi anche nel nostro Paese la convinzione che sia bene privatizzare il privatizzabile e che lo stato svolga il ruolo di regolatore, il passaggio ai fatti appare molto più lungo e laborioso che negli altri paesi. In effetti è noto e consolidato che lo stato svolga alquanto male la funzione “allocativa” mentre quella “distributiva” gli sia del tutto congeniale. Dunque non si può che favorire la privatizzazione per restituire al mercato la funzione per la quale esso ha le qualità, cioè quella allocativa, e contemporaneamente attribuire allo stato il compito di vigilare affinché la fornitura dei servizi privatizzati, generalmente in monopolio, non avvenga ai danni dei consumatori. Si può infatti condividere l’idea che tutto “vada per il meglio” nella collettività se il mercato svolge la sua funzione allocativa (privatizzazione) e lo stato la sua funzione distributiva (regolazione del monopolio), ammesso che si riesca ad ottenere il meglio dei due meccanismi, mercato-stato, e non il peggio.
La fornitura dei servizi idrici, come quella di tutti i servizi pubblici locali, va vista in questo contesto ma richiede considerazioni specifiche. Innanzitutto l’acqua è un bene fondamentale senza sostituti (e ciò ha implicazioni economiche notevoli), è una risorsa in parte riproducibile e in parte non riproducibile, serve a molti usi (civili, industriali, agricoli…) spesso in conflitto data la disponibilità dell’offerta e veramente “lega” le generazioni presenti e future perchè non vi è vita né sviluppo economico se non vi è disponibilità d’acqua. Dunque l’acqua, ancor più di ogni altro bene che può essere sostituito, va privatizzata per motivi di efficienza ma occorre che lo stato (centrale o locale) possa davvero svolgere la funzione di vigilanza sul monopolio e sia nelle condizioni di attuare il grado di equità che la collettività desidera. Niente di più sbagliato, in termini di risultati economici (efficienza nell’uso e nella conservazione), che mischiare questi due aspetti e niente di più sbagliato quindi della posizione riassunta nello slogan: “l’acqua è un diritto” da cui discende che, come tale, la tariffa deve essere molto bassa. Per rendersi conto di quanto ciò sia errato basta sapere che quanto più è basso il prezzo di una risorsa naturale, tanto più vicina è la tragedia dei beni comuni[2] ovvero l’epilogo triste del suo esaurimento a cui conduce la logica del mercato. Nel caso dell’acqua, affermando che è un diritto, si fa credere che essa possa essere data a tutti, per tutti gli usi, nelle quantità richieste e ad un prezzo di accesso senza fondamento economico ovvero molto basso e tale da non assicurarne la conservazione. Ciò è fonte di gravi problemi la cui percezione non è purtroppo “immediata” ma diventano sempre più gravi e costosi col passare del tempo.
Per superare questa contraddizione bisogna fare chiarezza: l’acqua come risorsa è della collettività ma per renderla utilizzabile occorre sostenere dei costi che il mercato è in grado di minimizzare (efficienza nella gestione). Se l’efficienza così ottenuta contrasta con l’equità che la società vuol perseguire, non c’è che da correggere il risultato con l’intervento pubblico (lo stato sociale esiste proprio per questa funzione correttiva). In altri termini, privatizzata la gestione del servizio occorre farla affiancare dall’intervento pubblico che abbia il duplice obiettivo di controllare che il profitto di monopolio non superi un livello normale (regolamentazione) e di fornire a tutti, anche a coloro che non possono pagare il prezzo (tariffa) che copre tutti i costi[3], il servizio, utilizzando i normali strumenti di redistribuzione (per esempio fornire una certa quantità a prezzo nullo, oppure legando le tariffe al livello del reddito del consumatore almeno entro certe soglie, ecc.).

Note

1.  Barr Nicholas, The Economics of the Welfare State, Stanford University Press, 1998 (terza edizione)

2.  Hardin Garrett, The tragedy of the commons, Science, v. 162 , 1968

3.  Come da Direttiva Europea 2000/ 60.

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