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Su un manoscritto giuridico del Mille

di - 4 marzo 2009
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Dal dicembre 2008 parlare dell’opera Adnotationes codicum domini Iustiniani – raccolta di compendi delle costituzioni del Codice Giustiniano più nota come Summa Perusina (dalla città che ha avuto la ventura di conservarla) – implica dar conto, accanto all’antico manoscritto ora ‘tirato a lucido’ con un restauro conservativo, di due nuovi volumi appena editi: la riproduzione fotografica in facsimile che per la prima volta lo rende facilmente accessibile a tutti; la ristampa anastatica della principale edizione critica dovuta nel 1900 a Federico Patetta e ormai introvabile se non in alcune biblioteche[1].


Celebrazione del settimo centenario dell’Ateneo perugino (un traguardo ragguardevole anche nella tradizione italiana di risalenti istituzioni universitarie) e insieme omaggio alla Città, restauro, riproduzione, anastatica mirano a «la più ampia conoscenza» dell’opera, a «la più attenta conservazione» del manoscritto per il tempo a venire: come avevano chiesto con mozione ufficiale gli studiosi della tarda antichità riuniti a Perugia da più parti del mondo in un convegno sui problemi di critica testuale delle loro fonti.
Sul perché l’opera vada valorizzata e il manoscritto preservato, basti che si tratta di un prezioso patrimonio librario, un unicum al mondo.
Scelgo un altro punto di vista.
Dal nostro presente, sulle soglie del terzo millennio, Summa Perusina e occasione che con essa si celebra inducono a guardare ‘in giù’, come in una valle di cui non si intravede il limite, verso i secoli trascorsi.
L’occasione. Con rapida retrocessione ci porta al 1308. Tutta un’altra Perugia. Altri abbigliamenti, altri costumi, altri problemi, ma anche allora una città con i giovani, dei giovani: Perugia ha istituito la sua Università. Certo, quanto diverse l’una e l’altra. E quante vicende tra noi e loro. E un balenio di nomi illustri in questo fulmineo spostarsi all’indietro: Alberico Gentili… Baldo degli Ubaldi… Bartolo da Sassoferrato, che ancora riposa in città a San Francesco al Prato nel sepolcro che bastò indicare come Ossa Bartoli
Ma la Summa è ancora più antica. Porta più indietro, assai di più.


Prima metà del secolo Mille. In qualche zona della fascia costiera centromeridionale (quella leggenda di Amalfi…), forse un angolo di provincia, chino sul suo lavoro uno scriba sta copiando. Naturalmente usa la grafia stilizzata che serve a rendere chiari i manoscritti, ma ne ha adottato un tipo, la minuscola carolina, che non gli è abituale  – perché? – e si sforza di farla sua. Di certo opera in un‘area di influenza bizantina: mentre l’Italia non sa più il greco, a un collega che lo affianca giusto alla fine del lavoro sfugge un omega al posto di una o, un sigma al posto di una s.
Ma potrebbe non essere il Mille. Forse è ancor prima: forse sta lavorando in pieno Novecento. Tempo e situazioni che ci sono quasi ignoti: una società con le sue crisi, le sue paure (“Mille e non più mille” …).
L’opera che lo scriba sta copiando non gli è in ogni caso coeva: è ben più antica.
Se davvero fu redatta nel settimo secolo (da chi non si sa, ma una datazione è ricostruibile), nel nostro viaggio a ritroso siamo arrivati ormai a un periodo imprecisato fra 700 e 601.
La nostra visione d’assieme è sempre più vaga: oscura, direi. La Scuola di Bologna  è di là da venire: dovranno passare ancora secoli. Non abbiamo né autori né testi a fornirci punti di riferimento.

Note

1.  Il testo riprende quanto detto alla presentazione del 9 dicembre a Perugia nella sede (Palazzo Graziani, Sala delle Colonne) della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia: il suo sostegno ha reso possibile la realizzazione del “Progetto Summa Perusina“, promosso per il settimo centenario dell’Ateneo perugino dalla Accademia Romanistica Costantiniana, Centro Universitario di Studi sul Tardoantico, in collaborazione con la Facoltà di Giurisprudenza. In una felice interazione cittadina Università, Consiglio Notarile, Ordine degli Avvocati, Associazione Accademia Storico-Giuridica Costantiniana hanno contribuito alla iniziativa. La ristampa dell’edizione critica Patetta si arricchisce della prefazione – A chi legge – di esperti quali Severino Caprioli e Giovanni Diurni (Univ. Roma Tor Vergata). Nella complessa operazione della riproduzione facsimilare del manoscritto (con Nota introduttiva di G. Crifò e M. Campolunghi) sono state di grande utilità le competenze paleografiche di Antonio Ciaralli (Univ. Perugia), dotando il volume di una Nota codicologica. In una Nota tecnica sull’edizione l’editore Mauro Pagliai dà conto delle scelte resesi necessarie. Del restauro informa la brochure con foto inserita nel volume.

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