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La crisi finanziaria.
La globalizzazione tra tecnica e politica

di - 9 gennaio 2009
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1. Quando si discorre di “globalizzazione” si fa riferimento essenzialmente alla organizzazione capitalistica della ricchezza[1]. In questa prospettiva quel fenomeno crea una profonda integrazione tra paesi e popoli del mondo, determinata dall’enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall’abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenza, persone[2].
In realtà, alla parola può essere attribuito un senso diverso: la globalizzazione non organizza il sistema capitalistico per tutti, bensì esporta, su base mondiale, la tecnologia e logica occidentale, quest’ultima depurata da ogni incrostazione metafisica. In questa diversa prospettiva, la globalizzazione non è la condivisione di un comune sentire, che vince barriere, limiti e ostacoli, bensì l’aggressione, fondata sulla forza economica, astrattamente portatrice di benessere e ricchezza, verso chi quella ricchezza non conosce ancora[3].
Comunque si voglia intendere il fenomeno, è indubbio che questi abbia aspetti positivi: pure il capitalismo ha una sua fede, fondata sulla possibilità di aumentare in modo indefinito le capacità di realizzare scopi e di inventarne di nuovi. Ed è altrettanto innegabile che l’apertura del commercio internazionale, ad esempio, ha aiutato molti paesi a crescere in modo rapido e a ridurre l’isolamento di quelli in via di sviluppo; ancora, il fenomeno ha consentito di affrontare il problema della povertà e certamente ha consentito la creazione di una coscienza mondiale di problemi globali, realizzata attraverso l’interconnessione, che ha dato vita anche a violente forme di protesta contro il fenomeno, fondate tuttavia proprio sulle tecniche proprie di questo. E’ indubbio che questi aspetti positivi debbano essere considerati. Ma è altrettanto indubbio che la globalizzazione non ha ridotto la povertà nel mondo e l’economia di mercato non ha portato finalmente prosperità a quelle nazioni che non ne avevano. E’ in questa prospettiva, allora, che va considerato l’argomento che vuole la globalizzazione come aggressione del mondo occidentale verso il pianeta. Ed è sempre in questa logica che si pone, allora, la riflessione, portata dai critici, per cui l’eliminazione delle barriere commerciali nei paesi poveri, imposta dall’occidente, che ha nei loro confronti conservato le proprie, avrebbe determinato l’effetto di abbattere il reddito da esportazione di questi, reddito sul quale sovente si è retta l’economia reale di molti paesi in via di sviluppo. Esportare il fenomeno globalizzazione e conservarne le redini: questi sarebbero i capisaldi su cui l’occidente ha fondato l’ordine economico mondiale.
Quale delle tesi esposte ha più fondamento? Una analisi realistica e priva di preconcetti ideologici deve muovere da altri presupposti.

Note

1. Severino, Il destino della tecnica, Milano, 1998,p. 55.

2. Stigliz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Torino,2002, p. 9.

3. Acute riflessioni in Cammilleri-Gotti Tedeschi, Denaro e paradiso, Milano, 2004, p. 78 ss.

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